Città Age Friendly: come?

Parliamo di invecchiamento attivo

Una città age-friendly consentirebbe alle persone anziane di partecipare attivamente alla vita della propria comunità, favorendo un invecchiamento attivo
Secondo l’OMS per favorire l’ invecchiamento attivo e l’inclusione sociale delle persone anziane bisognerebbe puntare alla trasformazione delle città in città age-friendly: ciò consentirebbe alle persone di ogni età di partecipare attivamente alla vita della propria comunità e a rimanere attive durante l’ invecchiamento.

Invecchiamento attivo: non più spettatori della vita che passa

L’allungamento dell’aspettativa di vita ha determinato un cambiamento nel modo in cui l’anziano viene considerato all’interno della società: non più passivo spettatore della vita che passa ma protagonista attivo.Per definire questa nuova categoria l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, 2002) ha coniato il termine: invecchiamento attivo, cioè “il processo di ottimizzazione delle opportunità di salute, partecipazione e sicurezza” per migliorare la qualità di vita delle persone che invecchiano. Il termine “attivo” non si riferisce esclusivamente all’importanza di mantenersi fisicamente attivi, ma riflette la rilevanza del coinvolgimento in attività produttive, al mantenimento di un impegno sociale, culturale e civico.

In ambito gerontologico vi è la profonda convinzione che l’ambiente in cui l’anziano vive possa fortemente impattare sulla sua vita (Lawton & Nahemow, 1973). Le ricerche in tal senso si sono focalizzate primariamente sullo studio dei contesti istituzionali e domestici. Recentemente l’interesse si è rivolto anche ai macro contesti, come i quartieri, le comunità, le regioni o le località urbane-rurali.

Ambienti e città age-friendly: migliorare la vita delle persone più fragili

Secondo l’OMS per favorire l’ invecchiamento attivo e l’inclusione sociale delle persone anziane bisognerebbe rendere il mondo in cui viviamo più età-solidale e creare città age- friendly. Ciò consentirebbe alle persone di ogni età di partecipare attivamente alla vita della propria comunità, favorendo i rapporti sociali; aiuterebbe le persone a rimanere attive e in salute durante il loro invecchiamento e fornirebbe un sostegno adeguato alle persone che non possono più prendersi cura di sé.

Una città age- friendly, inoltre, non risponde soltanto alle esigenze della popolazione anziana ma di tutte le persone più fragili. Costruire edifici e strade senza barriere architettoniche consente e migliora gli spostamenti e l’indipendenza delle persone disabili, giovani e anziane. Un vicinato sicuro consente ai bambini, alle giovani donne e alle persone anziane di muoversi con sicurezza e di partecipare così alle attività sociali. Per di più, le famiglie delle persone anziane vivono uno stress minore nel momento in cui sanno di poter contare sui servizi sanitari di cui hanno bisogno e sul supporto della propria comunità.

Città age-friendly per favorire l’ invecchiamento attivo

Nel 2006 l’OMS lancia l’iniziativa Città Age-friendly (Age-Friendly Cities), per rispondere alle esigenze di una popolazione che invecchia. L’iniziativa, che ha avuto inizio con un’analisi preliminare di varie città del mondo, ha valutato le strutture e i servizi che rendono una città adatta per la popolazione anziana.

All’interno di tale programma sono stati individuati gli elementi chiave dell’ambiente urbano che supportano l’ invecchiamento attivo e in salute. La ricerca, condotta in 33 città usando un approccio partecipativo, ha confermato l’importanza per le persone anziane dell’accessibilità ai trasporti pubblici, agli spazi esterni e agli edifici, nonché la necessità di un alloggio adeguato, il sostegno della comunità e dei servizi sanitari. Ma ha anche evidenziato la necessità di promuovere quei rapporti che permettono alle persone anziane di essere membri attivi della società, per superare i pregiudizi sull’ invecchiamento e per fornire maggiori opportunità di partecipazione civica e di occupazione.

In seguito alla raccolta e all’analisi dei dati, l’OMS ha costituito un network di città age-friendly con un duplice obiettivo: da un lato, permettere lo scambio di informazioni tra le città, accelerando la loro trasformazione in comunità a misura di anziano, e dall’altro, fornire indicazioni per sviluppare politiche su questo tema anche a livello regionale e nazionale.

( M.Aricò State of mind)

AGEISM: di cosa parliamo?

L’etimologia inglese è ageism (age-ism: “età” + suffisso greco “ismo”) coniato nel 1969 da un gerontologo statunitense, Robert Neil Butler, per indicare appunto la discrimination against seniors (it. discriminazione verso i più anziani). 

L’ageismo è vietato. In Italia, La Costituzione, all’articolo 3 (principio di uguaglianza), vieta qualsiasi forma di “discriminazione basata sulle condizioni personali”, genus nel quale la dottrina costituzionale ha fatto rientrare la specie della “discriminazione basata sull’età”, di cui l’ageismo rappresenta una sottospecie.

Anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del dicembre 2000 vieta espressamente qualsiasi forma di “discriminazione basata sull’età”.

La discriminazione dell’anziano nelle cure sanitarie è un problema precedente al 1968, anno di creazione dell’inglesismo. Essa pone a rischio il diritto alla salute dell’anziano, specie di quello disabile.

L‘ageismo nei mass media è un problema più recente, ed è dovuto alla misura in cui la politica editoriale della televisione tende a promuove oltre misura il giovanilismo attraverso il mito dell’eterna giovinezza ed il desiderio di sentirsi giovani, a discapito della figura dell’anziano. Alcune forme di pubblicità esaltando il consumo di prodotti legati all’immagine della giovanilità del corpo, danno una veste caricaturale ai segni della vecchiaia e tendono a ridurre in forme caricaturali lo stesso valore della naturale anzianità.

L’ageismo si manifesta anche fuori dai canali istituzionali-sanitari e mediatici, riverberandosi nei rapporti e nelle relazioni sociali, dove esiste una chiara o più velata discriminazione nei confronti dell’anziano, che può essere motivato da ragioni economiche, sociali o commerciali. Addirittura in Giappone, dove gli anziani costituiscono poco meno del 25 % della popolazione, gli anziani vengono spesso discriminati come madao, ossia “vecchio completamente inutile”.

In Emilia Romagna

Dal Rapporto sociale anziani’ elaborato dalla Regione Emilia Romagna e presentato nel corso del convegno emerge che gli over 65enni residenti in Emilia-Romagna all’1 gennaio 2019 superano il milione e rappresentano quindi il 23,9% della popolazione, percentuale che potrebbe salire al 30% nei prossimi 15 anni; di questi, oltre 360mila – i cosiddetti grandi anziani– hanno più di ottant’anni

A questa platea di cittadini si rivolge il Piano d’azione regionale per la popolazione anziana, che mette insieme programmi e interventi specifici a cui lavorano, oltre alle istituzioni, le organizzazioni sindacali e del terzo settore. Avviato nel 2004, è stato concepito come uno strumento d’approccio intersettoriale, per pianificare le politiche pubbliche e del privato sociale a favore della terza età.
Esaminando i dati contenuti nel ‘Rapporto sociale’ sul milione di anziani residenti in regione le province con la maggior incidenza sono Ferrara (27,9%), Ravenna (25,3%), Piacenza (24,8%), Bologna (24,4%) e Forli-Cesena (24,3), seguono Parma (23,2%), Rimini (22,8%), Modena (22,7%) e Reggio Emilia (21,5%), la più giovane. Prevale la componente femminile, che rappresenta il 56,6% dei residenti over 65enni e il 62,3% dei grandi anziani; la presenza di persone anziane nelle famiglie è di oltre una su tre (38%) e più di una famiglia su quattro (26%) è composta interamente da anziani.

Esperienza della quarantena: quali effetti possibili?

L’epidemia di Covid-19 che ha colpito così duramente il nostro paese ha fatto in modo che le nostre nostre abitudini, che ci sembravano così scontate, siano state improvvisamente stravolte e profondamente modificate.

Purtroppo per contenere l’espansione incontrollata dell’epidemia, il governo è stato costretto a prendere misure drastiche che hanno costretto tutti noi a un lungo periodo di quarantena. Oltre al disagio che ci hanno recato queste settimane di isolamento sociale forzato, sembra con tutta probabilità che la spiacevole condizione che stiamo vivendo possa effettivamente impattare in maniera sostanziale sul nostro benessere psicofisico. In letteratura infatti esistono diverse ricerche che hanno raccolto numerose prove sugli effetti negativi che un prolungato periodo di segregazione può avere sulla salute psicologica.

La parola quarantena (forma veneta per quarantina) descrive il periodo di isolamento obbligato utilizzato per limitare il diffondersi di un’epidemia, che fu impiegato per la prima volta dalla repubblica di Venezia in relazione agli equipaggi delle navi in arrivo dai possedimenti in Dalmazia. Questo decreto speciale fu emanato per contenere l’epidemia di peste nera che imperversava in Europa e in Asia nel quattordicesimo secolo. Tale provvedimento imponeva infatti ai nuovi arrivati nella città lagunare, di passare un periodo di isolamento in un luogo ad accesso limitato per la durata appunto di quaranta gironi.

Se per tutti noi questa è un’esperienza nuova e dolorosa, queste misure drastiche di contenimento sono già state attuate molte volte in diversi periodi storici. Anche in tempi recenti differenti paesi hanno attuato queste disposizioni restrittive, come ad esempio diverse zone della Cina e il Canada per l’epidemia di SARS del 2003, alcuni villaggi africani per l’epidemia di Ebola del 2014 e prima di noi la provincia cinese di Hubei per l’attuale epidemia di Covid-19.

La quarantena, come stiamo purtroppo sperimentando, è un’esperienza spiacevole che comporta la perdita di libertà individuale, la separazione dai nostri affetti più cari e uno stato di incertezza sulla propria salute e sul futuro.

Durante il periodo di quarantena ci sono numerosi fattori di stress che secondo le ricerche contribuiscono a farci vivere il periodo di distanziamento sociale in maniera ancor più difficile. A tal proposito si è constatato che quanto più la durata della quarantena è lunga, tanto più è facile che si sviluppino sentimenti di rabbia, sintomi di disturbo da stress post traumatico e comportamenti fobici di evitamento. In special modo sembra essere presente la paura di poter sviluppare i sintomi della malattia e infettare gli altri (Hawryluck L., et al. 2004) (Marjanovic Z., et al. 2007).

La perdita del proprio lavoro, della propria routine quotidiana e l’annullamento del contatto sociale sono poi indicati spesso come cause di sentimenti negativi, come noia, demoralizzazione, senso di solitudine e di isolamento dal resto del mondo. In studi precedentemente svolti emerge inoltre come la paura di non avere a disposizione i rifornimenti per la sussistenza, come cibo o farmaci, sia stata fonte di notevole stress, che ha causato nelle persone ansia, rabbia e frustrazione, emozioni che in alcuni casi hanno continuato a essere presenti anche fino a sei mesi dopo la fine del periodo di quarantena (Blendon R.J., et al. 2004) (Jeong H., Yim H.W., Song Y.­J., et al. 2017).

I dati raccolti suggeriscono poi che è probabile che durante il periodo di distanziamento sociale si possano sviluppare disturbi di tipo fobico od ossessivo che permangono a lungo dopo la fine dell’epidemia. Una ricerca fatta a questo proposito su individui che erano stati in quarantena a causa di un possibile contatto con il virus della SARS ha rilevato che dopo la fine dell’emergenza, il 54% delle persone che erano state messe in isolamento evitavano chi tossiva o starnutiva, il 26% evitava luoghi chiusi e affollati e il 21% evitava tutti gli spazi pubblici (Reynolds D.L., et al. 2008). Uno studio a lungo termine correlato, effettuato dopo il periodo di quarantena, ha evidenziato la presenza di cambiamenti comportamentali diretti a ridurre l’ipotetico rischio di contagio, come il lavaggio compulsivo delle mani e l’evitamento di luoghi affollati (Cava M.A., et al. 2005). Inoltre un’analisi condotta su personale ospedaliero che era entrato in contatto con i malati di SARS, ha scoperto che dopo la fine del periodo di quarantena (nove giorni) venivano riportati sintomi da stress acuto, come forte ansia, irritabilità, insonnia, scarsa concentrazione e calo della produttività lavorativa (Bai Y., et al. 2004)

Come già stiamo vedendo, uno dei problemi più grandi della quarantena è quello dello sviluppo di una grossa crisi finanziaria. Interrompere la propria attività professionale a tempo indeterminato porta a effetti potenzialmente negativi sulla salute psicologica che si possono protrarre anche per molto tempo dopo la fine dell’emergenza. Come si è già osservato durante le epidemie di virus Ebola, di influenza equina o di SARS, l’interruzione dell’attività lavorativa ha causato oltre a gravi perdite finanziarie per i lavoratori, anche un forte rischio di sviluppare nella fase successiva alla fine dell’epidemia disturbi ansiosi, rabbia e depressione (Mihashi M., et al. 2009; Pellecchia U., et al. 2015; Taylor M.R., et al. 2008).

Risulta evidente che le misure restrittive prese dal governo siano state necessarie a evitare il propagarsi dell’epidemia. Tuttavia non bisogna sottovalutare gli eventuali costi in termini di salute psicologica che tale brutto periodo porterà a tutti gli italiani. La letteratura scientifica, come abbiamo visto, fornisce numerosi dati al riguardo. Dopo un evento traumatico di tale portata storica è inevitabile che ci siano anche ripercussioni sul benessere psicologico individuale di ogni cittadino. La struttura dell’assistenza sociale e psicologica senza dubbio andrà ripensata anche per far fronte al sicuro aumento di patologie stress correlate. Chi prima dell’epidemia aveva già un disturbo psichiatrico probabilmente avrà bisogno di un ulteriore aiuto. Con ogni probabilità poi, a questa popolazione si aggiungerà un gruppo numeroso di nuovi malati che avranno bisogno di assistenza e adeguato sostegno da parte della sanità e delle istituzioni.

Se si vuole ridurre la portata degli effetti negativi presenti e futuri dell’attuale quarantena, gli elementi suggeriscono che è necessario dare informazioni corrette e non fuorvianti ai cittadini, spiegando in maniera esaustiva la natura dei rischi e far sì ci siano chiare linee di comunicazione con la sanità pubblica, facendo in modo che la popolazione abbia un’adeguata comprensione della malattia. Se le persone sentono le istituzioni vicine, se percepiscono chiarezza nella comunicazione, può effettivamente nascere quel sano sentimento di altruismo che può unire il paese nella battaglia contro questa nuova epidemia. Non si può chiedere alle persone di mettersi in quarantena per il bene della comunità, se lo Stato che la rappresenta non è efficace nel tracciare linee chiare e trasmettere fiducia nel futuro (S. K. Brooks., et al. 2020).

La chiarezza e la trasparenza di informazione da parte delle autorità sulla durata della quarantena e sui propositi futuri, sono la chiave per riavvicinare i cittadini alle istituzioni politiche e per rafforzare il concetto che questo difficile periodo è necessario alla salvaguardia delle vite di ognuno di noi. Limitare la libertà dell’intera popolazione è stata sicuramente una delle scelte più complicate e gravose che siano state prese nella storia della Repubblica. Conseguentemente abbiamo visto anche che gli effetti psicologici della quarantena possono essere variegati, diffusi e avere una lunga durata. Quanto più i cittadini si sentiranno soli e abbandonati durante questo periodo, tanto più le ripercussioni sul benessere psicologico futuro saranno gravi. In questo difficile momento ci sono una moltitudine di persone che oltre a essere preoccupate per la loro vita, sono preoccupate per l’avvenire incerto che le attende. Se lasciate sole, senza punti di riferimento, dove adesso c’è noia alla lunga ci sarà angoscia, dove c’è frustrazione alla lunga ci sarà disperazione. Quanto peggiore sarà la percezione del vissuto di questa brutta esperienza, tanto peggiori saranno gli effetti prossimi sulla salute mentale. Mai come adesso l’abbraccio dello stato può farci sentire al sicuro. Mai come adesso le parole e le scelte delle istituzioni possono aiutarci ad avere fiducia in quello che dovranno essere le nostre nuove vite dopo la fine di tutto questo.

                                                                                            ( Francesco Monticelli- State of Mind)
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