Dopo il periodo di lockdown di 6 mesi riprendiamo la scuola…

 Ci siamo lasciati  alle spalle  6 mesi  con regole diverse da quelle abituali, regole  che ci hanno portato a riorganizzare la routine familiare.

Ora dobbiamo di nuovo re-impostare una nuova strutturazione della giornata.

 A scuola torneremo  probabilmente in modalità mista , in presenza e a distanza ,e  staremo in banchi singoli.

Dovremo riabituarci alle relazioni di persona.

Dopo 6 mesi in autonomia e in autogestione ( chi è riuscito) utilizzando , o sovra-utilizzando computer e cellulari, Playstation e TV.  

Molti cambiamenti , uno dietro all’altro, senza il tempo e modo per assimilarli.

 In questi giorni si parla molto del rientro e delle modalità di rientro a scuola in sicurezza  ma forse dovremmo parlare dell’impatto psicologico su studenti e personale docente. Per gli studenti in particolare la scansione del tempo quotidiano ricopre rilevante importanza anche se questo argomento sembra essere rimasto fuori dal dibattito pubblico.

Da un punto di vista emotivo, oltre che comportamentale, la ripresa delle abitudini  quotidiane abbandonate da 6 mesi porterà un nuovo importante cambiamento. Se non saremo capaci di gestirlo potremmo andar incontro all’emergere di insicurezze , disagi, ansia, stress portati dal tentativo di convivere con questo nuovo veloce cambiamento di vita.  

Ecco perché il bisogno di aiuto e attenzione deve trovare risposta soprattutto , ma non solo, nella fascia della prima elementare  e del delicato periodo di passaggio della scuola media.  Anche per gli adolescenti, che stanno affrontando cambiamenti fisici e psico emotivi così sconvolgenti e importanti e stanno iniziando a percepire che stanno diventando grandi l’attenzione e l’aiuto sono fondamentali.

La strutturazione giornaliera della sveglia mattutina alle 7,  colazione insieme, preparazione e partenza per la scuola per poi tornare a pranzo , per qualcuno a merenda , e l’impegno dei compiti è stata messa in sospeso … Anche le attività sportive e di tempo libero che permettono la socializzazione in contesti di gioco sono stati sospese. Ci si è dovuti adattare e re- immaginare la propria vita.

E adesso che succederà?

1,2,3…. il 14 si riparte!

Siamo ormai alle porte dell’inizio del nuovo anno scolastico che speriamo in massima sicurezza partirà il 14 settembre.

Alla fine dell’anno scolastico appena chiuso, in giugno Nicola, 10 anni di vivacità inizia a raccontare a mamma e agli amici che a lui il periodo covid a casa , vedendosi solo via internet non è poi dispiaciuto. Anzi, a dirla tutta, l’idea di riprendere le lezioni andando a scuola di persona a incontrare gli insegnanti e i suoi compagni non gli piace affatto. Iniziano così una lunga fila di manifestazioni in cui Nicola accusa dolori, paure enormi e ingiustificate, fatica a dormire .

D’accordo con i genitori, preoccupati che il ragazzino non potesse riprendere in serenità la scuola, abbiamo iniziato a giugno stesso a vederci. Sono emerse le motivazioni e le emozioni legate non tanto e non solo alla paura delle lezioni ma all’incontro con il gruppo classe. Attraverso un lavoro sul rilassamento corporeo e sulle immagini delle paure siamo riusciti ad arrivare ad inizio anno abbastanza fiduciosi in un sereno inizio che continueremo a facilitare e accompagnare.

10 settembre 2020 Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio

Ripropongo la Conversazione con Diego De Leo
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it

Marzo 2018

Diego de Leo è uno psichiatra di fama internazionale. La sua specialità riguarda lo studio dei comportamenti suicidari, cui ha dedicato l’intera carriera, creando anche la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio (10 settembre di ogni anno), un evento oggi seguito da più di cento nazioni. Professore emerito di psichiatria alla Griffith University di Brisbane, Australia, dove ha lavorato negli ultimi 20 anni dirigendovi l’Australian Institute for Sucide Research and Prevention, De Leo ripropone, a distanza di alcuni anni dalla fortunata prima edizione, una seconda uscita del suo libro “Un’altra vita. Viaggio straordinario nella mente di un suicida” (Alpes Editore, Roma).

Professor De Leo, Lei è abituato a scrivere testi scientifici, come mai questo libro per il grande pubblico?

Perché’ la prevenzione del suicidio riguarda tutti, non solo gli esperti del settore. Volevo quindi cercare di aumentare la conoscenza e la consapevolezza dei lettori sui molti motivi diversi che spingono un individuo a darsi la morte. Per raggiungere questo scopo non intendevo far ricorso al linguaggio tecnico ma usare le parole dei protagonisti delle storie stesse. Il volume raccoglie così una selezione di esperienze umane fortunosamente non conclusesi con la morte del loro interprete principale che nel libro diventa narratore dell’avventura vissuta. Meglio di qualsiasi testo specialistico, queste storie riescono a rappresentare con formidabile immediatezza quell’escalation di avvenimenti ed emozioni che ha portato i soggetti a desiderare di morire.

Dunque è per questo che Lei ha parlato di ‘viaggio straordinario’ nel titolo del libro?

Di suicidio, in genere, si parla poco e male. Quando lo si fa, magari in un articolo di stampa, o si sensazionalizzano le storie o si semplificano all’eccesso, data la difficoltà di fornire un quadro comprensibile del contesto esistenziale della persona suicidatasi. Oppure ci si confronta con il linguaggio scarno del demografo o quello distaccato del medico legale. In questo libro, una serie di persone narra con il linguaggio della vita di tutti i giorni la propria terribile esperienza e la decisione di darsi la morte. Questa poi non è sopraggiunta per ragioni del tutto imprevedibili o fortuite, come può essere miracoloso sopravvivere ad un colpo di arma da fuoco alla testa o alla precipitazione dal terzo piano. È chiaro che queste persone avrebbero potuto morire: il sopravvivere a quella scelta estrema da’ invece loro la forza per ricominciare una vita diversa, un’altra vita, appunto, come indica il titolo del libro. E questo è il messaggio principale del mio volume, e cioè che il desiderio di morire e il tentativo di suicidio rappresentano l’acme di una crisi, passata la quale però si può tornare a vivere, spesso più forti di prima.

E quindi la straordinarietà è data dalla peculiarità delle storie?

Le storie sono estratte dal mio archivio, che ne contiene forse più di duecento. Alcune sono di Australiani, la maggior parte di Italiani. C’è anche la storia di una persona dall’Olanda, paese dove ho fatto il mio dottorato di ricerca e vissuto. Le storie sono state scelte sulla base della loro originalità e ricchezza di contenuti, che spero servano a dimostrare che non tutto è etichettabile come dovuto alla malattia mentale e che il suicidio è un’ipotesi con la quale molti di noi potrebbero essere chiamati a confrontarsi nel corso della vita, qualora le condizioni diventassero troppo difficili per continuare a condurre un’esistenza accettabile. Alla fine di ogni storia c’è un mio breve commento, in modo da costituire una specie di road map per orientare il lettore nella comprensione di quanto descritto dagli autori dei racconti. D’altra parte, per la conoscenza dei comportamenti suicidari, soprattutto quelli fatali – i suicidi – psichiatri e psicologi si avvalgono generalmente di una letteratura scientifica basata quasi esclusivamente sull’uso dell’‘autopsia psicologica’, cioè di quella tecnica che permette di ricostruire attraverso le testimonianze di chi conosceva bene la persona suicidatasi le caratteristiche personologiche, gli eventuali elementi clinici e le circostanze di vita del suicida. È chiaro che questo metodo è basato sulle opinioni di questi ‘sopravvissuti’ (famigliari, congiunti, amici), visto che i morti non parlano, e che il margine di soggettività è quindi molto elevato. In caso di soggetti conducenti vite solitarie, la disponibilità di conoscenti può risultare del tutto assente, per cui l’autopsia psicologica non risulta praticamente realizzabile. Per quanto invece riguarda i comportamenti non fatali, cioè i tentativi di suicidio, esiste il problema di determinare la reale intenzione suicidaria dei soggetti che li hanno effettuati. Generalmente in un affollato Pronto Soccorso ospedaliero non esistono le condizioni favorevoli per un’indagine difficile come quella di capire se un soggetto volesse davvero morire oppure richiamare attenzione su di sé, dormire un po’ di più, scaricare tensione e rabbia, oppure verificare quanto gli altri tenessero realmente a lui/lei. Ecco dunque che disporre di racconti di persone scampate per un soffio a morte certa rappresenta un’opportunità di grande interesse umano e scientifico. Inoltre credo ci sia la possibilità di capire, attraverso le storie, la reale complessità dei fattori che possono determinare una scelta suicidaria, e quindi comprendere come l’etichetta ‘disturbi mentali’ non possa bastare a spiegare il tutto. Tutti noi, prima o dopo nel corso della vita, possiamo essere indotti da circostanze particolarmente avverse a considerare anche l’opzione suicidaria…

Il libro è avvincente e si legge come un thriller. Uno resta sbigottito dalla singolarità delle storie…

Ne sono lieto. D’altra parte il suicidio è la peggiore delle tragedie umane, quindi un tema molto difficile da ‘reggere’; la gente preferirebbe ignorarne l’esistenza o – appunto – saperlo confinato a pochi malati mentali gravi. In realtà la vita può riservarci sorprese di ogni genere cui non sempre siamo in grado di reagire adeguatamente. Le sofferenze che ne derivano possono portare a quel dolore psichico, profondo, che non ci permette di vedere vie d’uscita e che giorno dopo giorno diventa sempre meno sopportabile. Rispetto alla prima edizione, c’è la storia di un ragazzo olandese che si butta sotto il treno ma ne sopravvive con entrambi gli arti inferiori amputati appena sotto il bacino. Poi ci sono tre nuove storie di mamme che hanno dovuto resistere alla morte per suicidio di un loro figlio e quella di una moglie che ha perso il marito. In tutti questi casi si tratta di persone di grande spessore umano, che hanno trovato la forza di sopportare il loro indicibile lutto con attività di volontariato, scrivendo libri sulla loro esperienza o realizzando piece teatrali, come nel caso di Evelina Nazzari, figlia d’arte del grande Amedeo. Le storie di sopravvissuti al suicidio costituiscono la terza parte del volume, anch’essa un messaggio di speranza, dal momento che illustra esempi di come si possa riedificare la propria vita dopo tsunami esistenziali come quelli prodotti dalla morte innaturale di un proprio caro. La prima parte del volume – anch’essa aggiornata – è costituita dalla mia presentazione del tema del suicidio e dalle ragioni che mi hanno indotto a dedicarvi la mia vita.

Un’anticipazione, al riguardo?

Ero ancora uno specializzando di Psichiatria e mi interessavo di ormoni dello stress e di psicosomatica. Il suicidio di un giovane collega mi turbò al punto di cambiarmi la vita (un turning point). Sconvolto dalla consapevolezza di non aver saputo comprendere in alcun modo la sofferenza che doveva albergare nel mio amico, decisi di dedicarmi allo studio delle condotte suicidarie e lo feci con interesse e passione crescenti, data la grande complessità dell’argomento ma anche il suo indubbio fascino (l’unico vero problema filosofico, come ebbe a dire Albert Camus nel suo Mito di Sisifo). Dopo qualche anno riuscii a fondare l’associazione italiana per lo studio e la prevenzione del suicidio, a organizzare servizi clinici e unità di ricerca, la pubblicazione di una rivista, ecc. fino a spenderci l’intera carriera accademica. Oggi dirigo un centro internazionale di ricerca in Slovenia (nazione con un tasso di suicidio quasi triplo di quello italiano) ma soprattutto cerco di aiutare le persone che hanno sofferto la perdita di una persona cara per suicidio o altra causa di morte traumatica, come un incidente stradale o sul lavoro o una catastrofe naturale. De Leo Fund è una onlus che opera da Padova su tutto il territorio nazionale; si avvale dell’aiuto di medici, psicologi e volontari che offrono i propri servizi gratuitamente anche al telefono o via Internet (www.deleofund.org).

Purtroppo le persone spesso fanno fatica a chiedere aiuto, è d’accordo?

Sì, ha ragione. Soprattutto i maschi trovano difficile dimostrare le proprie debolezze e inquietudini.

Eppure è il passo, l’unico, non solo verso l’elaborazione del lutto ma verso la propria salvezza. Perché solo condividendo il dolore si riesce a trasformarlo. E nella trasformazione del dolore si scopre la bellezza della vita, si capisce perché sia fondamentale prendersene cura. Comprensione alla quale nel mio libro arrivano tutti i protagonisti che ruotano attorno a quel finale senza tragico esito, ovvero tutti quelli che, decisi a compiere il passo senza ritorno, si trovano invece miracolosamente graziati da questa tragica scelta.

Come se ne esce, quindi?

Come dicevo all’inizio, la prevenzione del suicidio è un problema che deve riguardare tutti. Parlare di suicidio, nel modo giusto, aumenta la consapevolezza del problema e combatte lo stigma che ancora lo circonda. Una delle conseguenze più nefaste della stigmatizzazione è la sua capacità di interferire con la richiesta d’aiuto. La società non può rimanere indifferente a questi aspetti. Chi è lasciato solo a gestire le conseguenze delle proprie tragedie si ammala o si da’ la morte. Dobbiamo aiutarci tutti. È molto difficile dare un senso alla propria esistenza soprattutto per chi non ha fede in alcuna religione; trovo che dare una mano a chi soffre aiuti molto a rendere la vita degna di essere vissuta.

  (  Doriano Fasoli)

Dove, Quando e con Chi mangiamo?

 

Partiamo dalla famiglia e dal senso di appartenenza al nucleo familiare che porta con sé il sentirsi parte e dunque con –dividere  con gli altri membri della famiglia. Luogo di elezione per la condivisione è la cucina che  non è solo il luogo dove si preparano i pasti, ma, anzi, proprio in quanto luogo di fabbricazione dei pasti, è anche un luogo simbolo della fabbricazione dei legami familiari. Capire dove mangiano, quandocon chi  ci può dire qualcosa sui  legami interni alla famiglia , sul loro modo di vivere insieme, di educarsi reciprocamente, di costruire vicinanza, etica e affetti piuttosto che distanze, incomprensioni, disaffezioni (Symons, 2004).

Del resto il nostro è un tempo veloce dove  anche i pasti restano stritolati dalla fretta. Sembra che non si riesca più a mangiare seduti, insieme, intorno alla tavola. Magari un pasto caldo, cucinato appositamente da qualcuno per qualcun altro, con il gusto della cura. L’antico ordine della tavola imbandita e della famiglia seduta intorno sembra aver lasciato il posto al movimento e all’incertezza: sembra di poter constatare una certa «destrutturazione» dei pasti, nel senso che se ne consumano sempre di meno insieme e sempre meno nel modo tradizionale. Le famiglie parlano infatti non più solo della tavola, ma anche del tavolino del soggiorno per spuntini di vario tipo; del tavolo del giardino, della terrazza, della veranda;deil vassoio mobile e personale; ß il semplice piatto ancora più nomade; ß il letto per posare il piatto o il vassoio. Ma cosa significa oggi INSIEME: la  costruzione di intimità affettiva, di uno spazio comune di narrazione e riflessività intorno al tempo trascorso nelle diverse attività da ciascuno dei membri. Non significa fondersi e con fondersi con gli altri e nemmeno la sola compresenza fisica  ma appunto con- dividere , dividere con . A partire dalle abitudini alimentari . Quando uno dei membri della famiglia, nel nostro caso un bambino/a  ha difficoltà di peso e deve seguire un regime alimentare ecco che se la famiglia è “insieme” deve mobilitarsi per creare le condizioni perché venga seguito.  . La ricerca ci dice quanto la BMI  di adulti e bambini in famiglia sia correlata ad esempio alle abitudini della cena Il primo passo è essere consapevoli sia delle nostre abitudini alimentari sia di quanto stiamo utilizzando il cibo per “nutrire” altro, per far passare il nostro affetto o compensare le nostre mancanze e sensi di colpa di genitori “in corsa”. In questo senso la famiglia , luogo di mediazione tra i bisogni  individuali  e quelli del gruppo famiglia, si deve fare creativa nel senso di creare le sue proprie modalità di stare a tavola      INSIEME .

Allora abbiamo pensato a 10 possibilità di gestire la dieta di un bambino in famiglia:

  • Perché non coinvolgere i ragazzi nella preparazione del cibo e della tavola e usare scodelle di minori dimensioni,
  • Usiamo il pane secco e lasciamo “la scarpetta a Cenerentola”!
  • Chiediamo al bambino perché  si mangia?  Aiutiamolo a  riconoscere la fame: spesso confondiamo le emozioni di rabbia, tristezza, noia, paura, ecc. con la sensazione di buco nello stomaco: “  in modo che impari a sentire i segnali di fame-sazietà. Facciamoci delle domande , per guardarci, osservarci e distanziarci da modelli e comportamenti “ingoiati” senza masticare.
  • Così come succede per il cibo abbiamo bisogno di assaporare i nostri comportamenti e le nostre emozioni, frammentarle, scomporle, masticarle e digerirlerimanendo in contatto con quello che sentiamo, pensiamo e facciamo
  • non investiamo il cibo di un valore eccessivo
  • non facciamo confronti con altri bambini e non facciamo vergognare i bambini delle propria golosità.
  • Insegnamo  a ricambiare  quello che  è stato offerto “con tanto amore”  con un bel “NO”,con un sorriso o un abbraccio,  ma lasciamo il cibo nelle mani di chi ce l’ha dato. Impariamo a sostituire la merendina e il cibo per premiare i bambini con le coccole, gli abbracci Non solo il cibo deve farci sentire felici, questo è l’errore principale che conduce a riprendere il peso perso e a confondere le idee dei bambini
  • Lasciamo quel che non ci va nel piatto! Non diciamo ai bambini “Non lasciare qualcosa  nel piatto  perché va sprecato!”. Occorre capire che sì esiste il problema della fame del mondo, ma non è legato al piatto di pasta che non riesco a finire e che finirà in frigo o nella spazzatura. Il problema è semmai l’averne cucinata troppa.
  • Vivere insieme non significa diventare tutti uguali. Ognuno di noi è diverso.Davanti alla necessità di dimagrire, conviene che ciascuno adatti la dieta sulla base delle proprie preferenze, del proprio carattere e delle proprie abitudini.
  • spegnere la TV, mettere da parte smartphone, tablet e telefoniper rimanere attenti e concentrati a quello che si dice, si mangia e si fa durante il pranzo o la cena.

Ma soprattutto diamo  l’esempio ai bambini che sono così inclini a prenderci per modelli di comportamento.

Nel momento in cui un membro della famiglia è impegnato nel seguire un regime alimentare personale insieme alle indicazioni delle dietista può essere  utile il sostegno psicologico alla famiglia  perché sostenga e con divida l’impegno del bambino/a che sta seguendo la dieta.

 

Il momento dei pasti è un momento importante che ha a che fare con il nutrirsi nei suoi aspetti emotivi ed affettivi. Stare insieme significa accogliere i bisogni dell’altro e in particolare dei nostri figli.

 

“Incontri e cicli di incontri per imparare ad apprezzare il cibo in serenità”

                                                                                  da ottobre

bimbi a tavola GABRIELLA CASTAGNOLI

 

 

 

 

 

Quando gli esami sembrano insormontabili… e la meta lontana!

Ricordo M. , 22 anni , seduta sulla poltrona della sala d’attesa dello studio , occhi bassi e postura ritirata. Dal primo colloquio apprendo il dispiacere di M per non essere più capace, malgrado i precedenti buoni risultati, a prendere più in mano un libro per terminare gli ultimi 3 esami che la separano dalla laurea triennnale. nei successivi colloqui emerge la difficoltà di M. a”prendere in mano la propria vita” in questo caso scolastica, la poca fiducia nelle proprie possibilità e l’incapacità di vedere prospettive future. Dopo un periodo di incontri di alcuni mesi M. è riuscita a riprendere le lezioni e a dare gradualmente gli esami mancanti.

Paternità

Un bravo padre …” dovrebbe proteggere l’unione speciale tra madre e bambino, alternarsi con lei  nelle cure primarie, tollerando poi di restarne estromesso, rintuzzando in se stesso i sentimenti di invidia e gelosia. Progressivamente, dovrebbe introdurre nella coppia fusionale di mamma e figlio il seme delicato del distacco e della separazione durante le varie tappe della crescita: l’addormentamento nel lettino, lo svezzamento, l’andata a scuola, l’incontro con i compagni e lo sport…. Nel contempo , dovrebbe attrarre la compagna, sedurla alla sessualità, reclamare anche per sé uno spazio di attenzione e affetti….”

“Il padre materno” S. Argentieri

Hikikomori: di cosa si tratta?

 

Hanno tra i 14 e i 25 anni e non studiano né lavorano. Non hanno amici e trascorrono gran parte della giornata nella loro camera. A stento parlano con genitori e parenti. Dormono durante il giorno e vivono di notte per evitare qualsiasi confronto con il mondo esterno. Si rifugiano tra i meandri della Rete e dei social network con profili fittizi, unico contatto con la società che hanno abbandonato. Li chiamano hikikomori, termine giapponese che significa “stare in disparte”. Nel Paese del Sol Levante hanno da poco raggiunto la preoccupante cifra di un milione di casi, ma è sbagliato considerarlo un fenomeno limitato soltanto ai confini giapponesi.“E’ un male che affligge tutte le economie sviluppate – spiega Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, la prima associazione nazionale di informazione e supporto sul tema – Le aspettative di realizzazione sociale sono una spada di Damocle per tutte le nuove generazioni degli anni Duemila: c’è chi riesce a sopportare la pressione della competizione scolastica e lavorativa e chi, invece, molla tutto e decide di auto-escludersi”.Le ultime stime parlano di 100mila casi italiani di hikikomori, un esercito di reclusi che chiede aiuto. Un numero che è destinato ad aumentare se non si riuscirà a dare al fenomeno una precisa collocazione clinica e sociale.

Un fenomeno dai contorni ancora poco chiari

Hikikomori Italia

Associazioni come Hikikomori Italia ormai da anni stanno facendo il possibile per sensibilizzare l’opinione pubblica intorno ad un disagio che viene troppo spesso confuso con l’inettitudine e la mancanza di iniziativa delle nuove generazioni. Un equivoco che ha trovato terreno fertile nel dibattito politico, legislatura dopo legislatura, fornendo stereotipi come “bamboccioni”, definizione coniata nel 2007 dall’allora ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, o “giovani italiani choosy” (schizzinosi) dell’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero, fino ad arrivare al mare magnum dell’acronimo Neet, i ragazzi “senza studio né lavoro”, che secondo un sondaggio dell’Università Cattolica del 2017 sarebbero 2 milioni in tutta la Penisola.Anche dal punto di vista medico l’hikikomori soffre di una classificazione nebulosa. Nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), la “Bibbia” della psichiatria, è ancora iscritto come sindrome culturale giapponese: un’imprecisione che tende a sottostimare la minaccia del disagio nel resto del mondo e che crea pericolose conseguenze.“Molto spesso viene confuso con sindromi depressive e nei peggiori casi al ragazzo viene affibbiata l’etichetta della dipendenza da internet” – spiega Crepaldi – Una diagnosi di questo genere normalmente porta all’allontanamento forzato da qualsiasi dispositivo elettronico, eliminando, di fatto, l’unica fonte di comunicazione con il mondo esterno per il malato: una condanna per un ragazzo hikikomori”.

Come si diventa hikikomori?

L’ambiente scolastico è un luogo vissuto con particolare sofferenza dagli hikikomori, non a caso la maggior parte di loro propende per l’isolamento forzato proprio durante gli anni delle medie e delle superiori. E’ in questo periodo che di solito si verifica il cosiddetto “fattore precipitante”, ovvero l’evento chiave che dà il via al graduale allontanamento da amici e familiari. Può essere un episodio di bullismo o un brutto voto a scuola, ad esempio.“Un avvenimento innocuo agli occhi delle altre persone, ma che contestualizzato all’interno di un quadro psicologico fragile e vulnerabile, assume un’importanza estremamente rilevante – spiega Crepaldi – E’ la prima fase dell’hikikomori: il ragazzo comincia a saltare giorni di scuola utilizzando scuse di qualsiasi genere, abbandona tutte le attività sportive, inverte il ritmo sonno-veglia e si dedica a monotoni appuntamenti solitari come il consumo sregolato di serie TV e videogames”.

E’ fondamentale intervenire proprio in questo primo stadio del disturbo, quando si manifestano i primi campanelli di allarme. In questa fase i genitori e gli insegnanti rivestono un ruolo cruciale in chiave prevenzione: indagare a fondo sulle motivazioni intime del disagio e, nel caso, cercare in breve tempo il supporto di un professionista esterno può evitare il passaggio ad una fase più critica, che richiederebbe un intervento lungo potenzialmente anche anni.

Italia e Giappone: due facce della stessa medaglia

È innegabile che la cultura giapponese sia storicamente caratterizzata da una serie di fattori che aumentano la portata del fenomeno, tanto da poter già parlare di due generazioni di hikikomori, la prima sviluppatasi negli anni Ottanta. Il sistema sociale e scolastico ultra competitivo e il ruolo della figura paterna spesso assente a causa di orari di lavoro estenuanti sono alla base di aspettative opprimenti, spesso non realizzate. Seppur con le dovute proporzioni anche in Italia le pressioni sociali sono molto forti. Determinanti fin dai primi casi di hikikomori diagnosticati nel 2007, sono il calo delle nascite con il conseguente aumento dei figli unici, di norma sottoposti a pressioni maggiori, la crisi economica che rende più lontano l’ingresso (reale) nel mondo del lavoro e l’esplosione della cultura dell’immagine, esasperata dalla diffusione capillare dei social network.

In Italia la sindrome non colpisce solo i maschi, come avviene in Giappone, ma riguarda anche un discreto numero di hikikomori-femmine, con un rapporto di 70 a 30. “Per una questione culturale le famiglie considerano, tuttavia, la reclusione della figlia come un problema minore – spiega Crepaldi – Probabilmente perché la vedono come una futura casalinga o sperano che un domani si sposi ed esca di casa”.All’interno del contesto italiano, ci sono poi differenze addirittura tra una regione e l’altra: gli hikikomori del Nord Italia hanno, infatti, delle caratteristiche diverse rispetto a quelli del Sud Italia. Proprio per questo il sito di Hikikomori Italia mette a disposizione chat regionali, in cui i ragazzi possono discutere dei problemi con i loro conterranei affetti dalla stessa sindrome.C’è un’unica regola all’interno della chat: chi ci entra non è costretto ad interagire, ma è gradita una breve presentazione. Chi non la rispetta, viene “bannato”. Per chi vuole raccontare la propria storia c’è anche il Forum, aperto sia ai ragazzi che ai genitori: un mondo parallelo, silenzioso, impalpabile. Una bacheca di richieste di aiuto e di sofferenza, ma anche di storie a lieto fine. Come quella di Luca, 25 anni:

“Il giorno e la notte erano identici, dormivo quando avevo voglia, mangiavo quando avevo voglia. Ho perso tutti gli amici e lo schermo era uno “stargate” per un altro universo. Il tempo si dilatava quando cliccavo sulla tastiera e non volevo mai smettere. Quando dovevo lavarmi fremevo sotto la doccia per rimettermi a giocare. 
Ho passato così più di due anni giocando a Wow [World of Warcraft, un videogioco di strategia ndr] in totale isolamento. Non riuscivo neanche più a camminare. Tutto questo è successo senza che mia madre si accorgesse di nulla: lavorava dalle 8 alle 17 e io facevo finta di andare a scuola. Non avevo più voglia di tornarci. Troppa pressione.
L’isolamento è una battaglia che alla fine diventa una cura. Cresceva dentro di me come un’onda, lentamente, fino al momento in cui tutto iniziava a darmi fastidio, non sopportavo cosa facevo, non sopportavo chi ero.
Oggi ne sono fuori, vivo all’estero e ho una fidanzata bellissima. Sono o sono stato un hikikomori? Non lo so, ma quello che so è che la forza per combattere quel demone sta e risiede solo dentro di voi, nessuno vi può aiutare, nella taverna di qualche montagna virtuale dove voi stessi vi siete persi, con la sensazione di pace che vi avvolge la mente. L’unico consiglio che mi sento di darvi è: scappate da quel computer”.

Crisi della fertilità, hikikomori e karoshi: tre piaghe sociali del Giappone. Guarda il video

Letture d’estate…

HertaMuller,   Nobel  per  la  letteratura   2009

Anche quando la dittatura finisce la minaccia non cessa:

chi è la volpe e chi è il cacciatore?

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Associazione DIVENTARE ALBERI

 

Domenico Perilli presenta l’Associazione Diventare Alberi  di cui , insieme alle colleghe Eliana Di Tillo e Carmen La Serra, curo i servizi alle persone e alle famgliie.

Alimentazione: una questione di cibo e amore e…autonomia: sovrappeso

 

Infanzia: quali sono i fattori coinvolti nel problema dell’obesità?

Fattori di ordine biologico, di ordine psicologico e sociale. Le dinamiche psicologiche del paziente obeso nell’infanzia sono legate alla disponibilità del cibo presente nel suo ambiente di vita che si caratterizzerà per:

  • qualità del cibo;
  • quantità del cibo;
  • modalità di consumo.

All’interno della “modalità di consumo” rientrano le dinamiche psicologiche infantili, caratterizzate da aspetti relazionali. Tali aspetti fanno dell’alimentazione e del sintomo iperfagico una questione di “cibo e amore”.

In che modo la relazione interviene nel sintomo iperfagico (sovralimentazione)?

L’alimentazione nell’infanzia è mediata dalla presenza di un caregiver, dunque un bambino non può essere considerato a rischio obesità, se non per quei rarissimi casi in cui è presente un’eziologia medica del disturbo.

Dunque l’adulto che alimenta il bambino, sia il caregiver o l’insegnante che accompagna i bambini a mensa diventa ambiente “sociale” e “relazionale”, ovvero si presta ad essere fonte di sostentamento, intervenendo nel ciclo fame-sazietà, in una modalità che è unica per quella relazione e per quel contesto (casa, scuola).

L’alimentazione e, dunque, l’oralità, costituiscono una modalità di soddisfacimento pulsionale attraverso cui dare e ricevere amore, provare piacere, rifiutare o aggredire. Portare il cibo alla bocca, mordere, sputare e deglutire sono forme di comunicazione e di apprendimento delle modalità relazionali relative ai primi rapporti oggettuali.

Il sintomo iperfagico, in questo processo, può diventare una strategia disfunzionale, presente già in chi alimenta e appresa da chi viene alimentato. Il cibo diventa così il sostituto di quelle persone con cui non è stato possibile entrare in una relazione “sana” e la risposta a stati emotivi come:

  • la ricerca di un intenso bisogno di gratificazione;
  • la  rassicurazione e ricerca continua di un oggetto d’amore;
  • la  difesa rispetto al senso di inadeguatezza.

La risposta a questi stati emotivi, spesso intensi o insostenibili, attiva un processo chiamato emotional eating, in cui alimentarsi costituisce una risposta compensatoria ad uno stato emotivo. L’esito di questo processo non sfocia in maniera causale nell’obesità, ma caratterizza come meccanismo di base, il funzionamento che è alla base dei disturbi alimentari attualmente presenti nel DSM 5.

(Stateofmind F.Rendine,M.G.Fiore)

bimbi a tavola GABRIELLA CASTAGNOLI