Smartworking: luci e ombre

Fare  smart working vuol dire   ripensare il proprio lavoro. Chiedersi cosa può svolgersi in smart working e cosa no. Quali attività, con quali interlocutori, da destinare a quali adeguati luoghi e tempi. Con lo sviluppo di un progetto preciso, un mansionario, una reportistica utile anche ai fini del monitoraggio e un ripensamento, talvolta necessario, anche di postazioni e tecnologie.

Non si può pensare, quindi, di svolgere tutto da ovunque. Mansioni e luoghi vanno pensati e predisposti. Ed anche la casa, ove fosse scelto come luogo di lavoro, può andare riformulata: luci e silenzio adeguati, ma anche ergonomia della postazione di lavoro e rispetto delle norme di sicurezza. E della privacy, a casa ma ancor di più fuori, perché spesso i dati che possono andare a trattarsi sono sensibili. E ogni luogo pubblico è potenzialmente pericoloso in questo senso.

Anche le aziende, pur avendo per meno tempo il dipendente a casa, devono ripensare, oltre che il mansionario per il lavoratore flessibile, alcuni sistemi. Devono predisporre adeguati sistemi di controllo. E soprattutto lavorare sull’apparato tecnologico che consente al dipendente di svolgere le proprie mansioni da lontano. Fornendo ad esempio un pc aziendale, l’accesso ad un servizio di archiviazione cloud. Ma anche rinforzando la sicurezza delle proprie reti, o acquistando nuovi software e nuove periferiche, quali ad esempio scanner portatili.

(F.Toscano  ricercaUnibo)

smart-working da casa

SMART WORKING: di cosa si tratta?

Cos’è lo smart working

Da alcuni anni,  e ora con l’emergenza coronavirus, il panorama del lavoro in Italia si è arricchito di una nuova locuzione, usata dai giornalisti ma anche in azienda: lo smart working. Tuttavia, se di smart working tanto si dice, altrettanto vero è che a volte di smart working poco si sa, benché dietro questa espressione sussista addirittura una legge dello Stato, la Legge n. 81/2017.

Lo smart working è una modalità di svolgimento, esclusivamente valevole per i rapporti di lavoro subordinato, grazie alla quale il datore conferisce al suo dipendente la possibilità di svolgere le sue mansioni in orari e luoghi diversi da quelli abituali. Definito ufficialmente “lavoro agile”, non rappresenta una tipologia contrattuale. Insiste, anzi, entro il rapporto di lavoro preesistente, integrando quanto da esso previsto con scadenza determinata o anche a tempo indeterminato.

Messa a punto sulla base di un accordo scritto che datori e lavoratori stipulano insieme, questa forma di flessibilità lavorativa consente di risolvere potenzialmente numerose situazioni, prime tra tutti quelle poste dalla vita personale dei lavoratori. Necessità di accudimento, viaggi troppo lunghi per andare a lavoro, trasferte inevitabili e problemi di salute sono tra le possibili cause che spingono i lavoratori a chiedere il beneficio. Lavoratori che in questo modo possono ritagliarsi spazi e modalità per avere cura delle loro esigenze di vita pur mantenendo intatto l’orario di lavoro e, perché no, il loro stipendio.      (F. Toscano ricercatore UNIBO)

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