6 mesi di lockdown e ora rientro a scuola…e adesso?

Adesso  dovremo reimpostare nuovi ritmi di vita quotidiana e rispettare i ruoli: genitore, studente, insegnante, ecc…

Una riflessione sull’uso della DAD -didattica a distanza- può essere utile. Se è vero che i bambini e ragazzi sono abituati a utilizzare liberamente e in maniera competente le tecnologie, è altrettanto vero che il loro utilizzo è sempre stato riservato a momenti di svago e divertimento. La DAD ha portato tutti noi , gli studenti in primis, a riconsiderare  e ripensare l’utilizzo degli strumenti tecnologici: un’operazione complessa che , insieme al mantenere viva la concentrazione, ha portato impegno in più. Inoltre, l’utilizzo massivo di questi strumenti ha attivato un dialogo legato proprio al loro utilizzo eccessivo  e scorretto, all’utilizzo dei social aprendo una problematica che dovrà essere sviscerata e gestita.

Ma cosa possono fare i genitori?

Certamente in questo periodo il loro ruolo assume un’importanza fondamentale per ridurre lo stress psicologico che potrebbe riguardare i loro figli

Ma come fare?

La strutturazione, già prima dell’ìinizio scuola, di una routine giornaliera che richiami quella precedente a quella adottata nel periodo di lockdown potrebbe essere un primo passo riportando dentro la vita familiare dinamiche relazionali utili .

Ma anche rivedendo e ripensando cosa cambiare… Questo è un momento ideale per reimpostare abitudini, dinamiche e routine familiari ,non solo ripensando al prima lockdown ma anche al futuro… Come fossimo tutti primini e primine, al primo giorno di scuola o d’asilo , potremmo affacciarci a un  nuovo periodo con pensieri nuovi su come vorremmo d’ora in poi la nostra quotidianità. Certi che avremo bisogno di una fase di adattamento  dove mascherine, distanza, banchi singoli, entrate e uscite differenziate, triage ricopriranno un ruolo importante con il quale dovremo diventare familiari . Per andare avanti.

Non vedere solo la parte drammatica e patologica di questa nuova ripartenza sarà la chiave per ripartire davvero.  Imparare a conviverci sarà necessario. Possiamo incominciare dal ritornare a praticare le abitudini precedenti la chiusura forzata , utilizzando le necessarie precauzioni.

Mettersi in discussione, come genitori, non rivela debolezza ma al contrario, capacità riflessiva , di pensare e ripensare il nostro presente e, attraverso esso, il futuro. Gruppi di discussione, associazioni di genitori possono essere un luogo utile per scambiare pensieri ed opinioni in materia. E anche per parlare dei conflitti generazionali genitori/figli che la forzata convivenza in casa hanno spesso esasperato .

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Non c’è un genitore giusto o sbagliato né un decalogo di regole che ci assicura di non sbagliare. Parlarne ci aiuta a conoscerci meglio, ad ascoltare le opinioni e le idee altrui e a meglio conoscerei nostri figli. Non ultimo ad attrezzarci meglio.

Rientro a scuola, previsto supporto psicologico per personale e studenti

L’epidemia e il conseguente lockdown che ha chiuso in casa milioni di ragazzi e lavoratori, hanno inevitabilmente avuto delle ripercussioni psicologiche sulle persone coinvolte.

Per questa ragione, nel Protocollo di sicurezza siglato il 6 agosto, viene posta attenzione anche alla salute e al supporto psicologico per il personale scolastico e per gli studenti, quale misura di prevenzione precauzionale indispensabile per una corretta gestione dell’anno scolastico.

Sulla base di una Convenzione tra Ministero dell’Istruzione e il Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi, si promuove così un sostegno psicologico per fronteggiare situazioni di insicurezza, stress, ansia dovuta ad eccessiva responsabilità, timore di contagio, rientro al lavoro in “presenza”, difficoltà di concentrazione, situazione di isolamento vissuta.

Questi i suggerimenti del M.I. per le scuole:

  • rafforzamento degli spazi di condivisione e di alleanza tra Scuola e Famiglia, anche a distanza;
  • ricorso ad azioni di supporto psicologico in grado di gestire sportelli di ascolto e di coadiuvare le attività del personale scolastico nella applicazione di metodologie didattiche innovative (in presenza e a distanza) e nella gestione degli alunni con disabilità e di quelli con DSA o con disturbi evolutivi specifici o altri bisogni educativi speciali, per i quali non sono previsti insegnanti specializzati di sostegno.

Il supporto psicologico sarà coordinato dagli Uffici Scolastici Regionali e dagli Ordini degli Psicologi regionali e potrà essere fornito, anche mediante accordi e collaborazioni tra istituzioni scolastiche, attraverso specifici colloqui con professionisti abilitati alla professione psicologica e psicoterapeutica, effettuati in presenza o a distanza, senza alcun intervento di tipo clinico.

(La Gatta L)

Socializzare: una forza!

Con l’inizio della scuola la storia  di Laura , 12 anni, e una diagnosi di ritardo mentale importante per problemi alla nascita, si ripropone come capace di far crescere.

Laura, nonostante non sia stata fortunata alla nascita, può contare su una famiglia che l’ha accettata e la supporta ogni giorno.
I genitori e la sorella, più grande, si spendono giornalmente perchè Laura sia stimolata nell’apprendere sempre cose nuove e l’accompagnano ogni qualvolta possibile a eventi, incontri , feste dove possa stare con i suoi coetanei stando insieme e scambiando con loro.


In un “accompagnamento” che dura da tempo , l’ ho aiutata nell’approcciare senza timore nuovi percorsi per l’autonomia e a proporsi con bambini e bambine “normo e non“ che , con l’aiuto della scuola e dei genitori, l’hanno accolta.
Laura, ora, esce autonomamente, fa acquisti e riesce a stare dentro ad attività sportive e feste dei coetanei.

La capacità di fare rete tra scuola, professionisti e famiglia ha ancora una volta dato i suoi frutti!

Le nuove frontiere della scuola : siamo pronti a rientrare?

Martedì 15 settembre alle ore 20.30

iniziativa sulla scuola “Le nuove frontiere della scuola “

presso l‘Associazione Primola – Imola

Dialogheranno la Prof.ssa Di Ciaula Maria e la Consigliere Regionale Marchetti Francesca e la coordinatrice didattico pedagogica del doposcuola di Primola Dott.ssa Castagnoli Gabriella.

Saranno presentati tutti i protocolli Nazionali e Regionali inerenti il covid-19 che saranno attuati nelle scuole e nel doposcuola di Primola.

Dopo il periodo di lockdown di 6 mesi riprendiamo la scuola…

 Ci siamo lasciati  alle spalle  6 mesi  con regole diverse da quelle abituali, regole  che ci hanno portato a riorganizzare la routine familiare.

Ora dobbiamo di nuovo re-impostare una nuova strutturazione della giornata.

 A scuola torneremo  probabilmente in modalità mista , in presenza e a distanza ,e  staremo in banchi singoli.

Dovremo riabituarci alle relazioni di persona.

Dopo 6 mesi in autonomia e in autogestione ( chi è riuscito) utilizzando , o sovra-utilizzando computer e cellulari, Playstation e TV.  

Molti cambiamenti , uno dietro all’altro, senza il tempo e modo per assimilarli.

 In questi giorni si parla molto del rientro e delle modalità di rientro a scuola in sicurezza  ma forse dovremmo parlare dell’impatto psicologico su studenti e personale docente. Per gli studenti in particolare la scansione del tempo quotidiano ricopre rilevante importanza anche se questo argomento sembra essere rimasto fuori dal dibattito pubblico.

Da un punto di vista emotivo, oltre che comportamentale, la ripresa delle abitudini  quotidiane abbandonate da 6 mesi porterà un nuovo importante cambiamento. Se non saremo capaci di gestirlo potremmo andar incontro all’emergere di insicurezze , disagi, ansia, stress portati dal tentativo di convivere con questo nuovo veloce cambiamento di vita.  

Ecco perché il bisogno di aiuto e attenzione deve trovare risposta soprattutto , ma non solo, nella fascia della prima elementare  e del delicato periodo di passaggio della scuola media.  Anche per gli adolescenti, che stanno affrontando cambiamenti fisici e psico emotivi così sconvolgenti e importanti e stanno iniziando a percepire che stanno diventando grandi l’attenzione e l’aiuto sono fondamentali.

La strutturazione giornaliera della sveglia mattutina alle 7,  colazione insieme, preparazione e partenza per la scuola per poi tornare a pranzo , per qualcuno a merenda , e l’impegno dei compiti è stata messa in sospeso … Anche le attività sportive e di tempo libero che permettono la socializzazione in contesti di gioco sono stati sospese. Ci si è dovuti adattare e re- immaginare la propria vita.

E adesso che succederà?

1,2,3…. il 14 si riparte!

Siamo ormai alle porte dell’inizio del nuovo anno scolastico che speriamo in massima sicurezza partirà il 14 settembre.

Alla fine dell’anno scolastico appena chiuso, in giugno Nicola, 10 anni di vivacità inizia a raccontare a mamma e agli amici che a lui il periodo covid a casa , vedendosi solo via internet non è poi dispiaciuto. Anzi, a dirla tutta, l’idea di riprendere le lezioni andando a scuola di persona a incontrare gli insegnanti e i suoi compagni non gli piace affatto. Iniziano così una lunga fila di manifestazioni in cui Nicola accusa dolori, paure enormi e ingiustificate, fatica a dormire .

D’accordo con i genitori, preoccupati che il ragazzino non potesse riprendere in serenità la scuola, abbiamo iniziato a giugno stesso a vederci. Sono emerse le motivazioni e le emozioni legate non tanto e non solo alla paura delle lezioni ma all’incontro con il gruppo classe. Attraverso un lavoro sul rilassamento corporeo e sulle immagini delle paure siamo riusciti ad arrivare ad inizio anno abbastanza fiduciosi in un sereno inizio che continueremo a facilitare e accompagnare.

10 settembre 2020 Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio

Ripropongo la Conversazione con Diego De Leo
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it

Marzo 2018

Diego de Leo è uno psichiatra di fama internazionale. La sua specialità riguarda lo studio dei comportamenti suicidari, cui ha dedicato l’intera carriera, creando anche la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio (10 settembre di ogni anno), un evento oggi seguito da più di cento nazioni. Professore emerito di psichiatria alla Griffith University di Brisbane, Australia, dove ha lavorato negli ultimi 20 anni dirigendovi l’Australian Institute for Sucide Research and Prevention, De Leo ripropone, a distanza di alcuni anni dalla fortunata prima edizione, una seconda uscita del suo libro “Un’altra vita. Viaggio straordinario nella mente di un suicida” (Alpes Editore, Roma).

Professor De Leo, Lei è abituato a scrivere testi scientifici, come mai questo libro per il grande pubblico?

Perché’ la prevenzione del suicidio riguarda tutti, non solo gli esperti del settore. Volevo quindi cercare di aumentare la conoscenza e la consapevolezza dei lettori sui molti motivi diversi che spingono un individuo a darsi la morte. Per raggiungere questo scopo non intendevo far ricorso al linguaggio tecnico ma usare le parole dei protagonisti delle storie stesse. Il volume raccoglie così una selezione di esperienze umane fortunosamente non conclusesi con la morte del loro interprete principale che nel libro diventa narratore dell’avventura vissuta. Meglio di qualsiasi testo specialistico, queste storie riescono a rappresentare con formidabile immediatezza quell’escalation di avvenimenti ed emozioni che ha portato i soggetti a desiderare di morire.

Dunque è per questo che Lei ha parlato di ‘viaggio straordinario’ nel titolo del libro?

Di suicidio, in genere, si parla poco e male. Quando lo si fa, magari in un articolo di stampa, o si sensazionalizzano le storie o si semplificano all’eccesso, data la difficoltà di fornire un quadro comprensibile del contesto esistenziale della persona suicidatasi. Oppure ci si confronta con il linguaggio scarno del demografo o quello distaccato del medico legale. In questo libro, una serie di persone narra con il linguaggio della vita di tutti i giorni la propria terribile esperienza e la decisione di darsi la morte. Questa poi non è sopraggiunta per ragioni del tutto imprevedibili o fortuite, come può essere miracoloso sopravvivere ad un colpo di arma da fuoco alla testa o alla precipitazione dal terzo piano. È chiaro che queste persone avrebbero potuto morire: il sopravvivere a quella scelta estrema da’ invece loro la forza per ricominciare una vita diversa, un’altra vita, appunto, come indica il titolo del libro. E questo è il messaggio principale del mio volume, e cioè che il desiderio di morire e il tentativo di suicidio rappresentano l’acme di una crisi, passata la quale però si può tornare a vivere, spesso più forti di prima.

E quindi la straordinarietà è data dalla peculiarità delle storie?

Le storie sono estratte dal mio archivio, che ne contiene forse più di duecento. Alcune sono di Australiani, la maggior parte di Italiani. C’è anche la storia di una persona dall’Olanda, paese dove ho fatto il mio dottorato di ricerca e vissuto. Le storie sono state scelte sulla base della loro originalità e ricchezza di contenuti, che spero servano a dimostrare che non tutto è etichettabile come dovuto alla malattia mentale e che il suicidio è un’ipotesi con la quale molti di noi potrebbero essere chiamati a confrontarsi nel corso della vita, qualora le condizioni diventassero troppo difficili per continuare a condurre un’esistenza accettabile. Alla fine di ogni storia c’è un mio breve commento, in modo da costituire una specie di road map per orientare il lettore nella comprensione di quanto descritto dagli autori dei racconti. D’altra parte, per la conoscenza dei comportamenti suicidari, soprattutto quelli fatali – i suicidi – psichiatri e psicologi si avvalgono generalmente di una letteratura scientifica basata quasi esclusivamente sull’uso dell’‘autopsia psicologica’, cioè di quella tecnica che permette di ricostruire attraverso le testimonianze di chi conosceva bene la persona suicidatasi le caratteristiche personologiche, gli eventuali elementi clinici e le circostanze di vita del suicida. È chiaro che questo metodo è basato sulle opinioni di questi ‘sopravvissuti’ (famigliari, congiunti, amici), visto che i morti non parlano, e che il margine di soggettività è quindi molto elevato. In caso di soggetti conducenti vite solitarie, la disponibilità di conoscenti può risultare del tutto assente, per cui l’autopsia psicologica non risulta praticamente realizzabile. Per quanto invece riguarda i comportamenti non fatali, cioè i tentativi di suicidio, esiste il problema di determinare la reale intenzione suicidaria dei soggetti che li hanno effettuati. Generalmente in un affollato Pronto Soccorso ospedaliero non esistono le condizioni favorevoli per un’indagine difficile come quella di capire se un soggetto volesse davvero morire oppure richiamare attenzione su di sé, dormire un po’ di più, scaricare tensione e rabbia, oppure verificare quanto gli altri tenessero realmente a lui/lei. Ecco dunque che disporre di racconti di persone scampate per un soffio a morte certa rappresenta un’opportunità di grande interesse umano e scientifico. Inoltre credo ci sia la possibilità di capire, attraverso le storie, la reale complessità dei fattori che possono determinare una scelta suicidaria, e quindi comprendere come l’etichetta ‘disturbi mentali’ non possa bastare a spiegare il tutto. Tutti noi, prima o dopo nel corso della vita, possiamo essere indotti da circostanze particolarmente avverse a considerare anche l’opzione suicidaria…

Il libro è avvincente e si legge come un thriller. Uno resta sbigottito dalla singolarità delle storie…

Ne sono lieto. D’altra parte il suicidio è la peggiore delle tragedie umane, quindi un tema molto difficile da ‘reggere’; la gente preferirebbe ignorarne l’esistenza o – appunto – saperlo confinato a pochi malati mentali gravi. In realtà la vita può riservarci sorprese di ogni genere cui non sempre siamo in grado di reagire adeguatamente. Le sofferenze che ne derivano possono portare a quel dolore psichico, profondo, che non ci permette di vedere vie d’uscita e che giorno dopo giorno diventa sempre meno sopportabile. Rispetto alla prima edizione, c’è la storia di un ragazzo olandese che si butta sotto il treno ma ne sopravvive con entrambi gli arti inferiori amputati appena sotto il bacino. Poi ci sono tre nuove storie di mamme che hanno dovuto resistere alla morte per suicidio di un loro figlio e quella di una moglie che ha perso il marito. In tutti questi casi si tratta di persone di grande spessore umano, che hanno trovato la forza di sopportare il loro indicibile lutto con attività di volontariato, scrivendo libri sulla loro esperienza o realizzando piece teatrali, come nel caso di Evelina Nazzari, figlia d’arte del grande Amedeo. Le storie di sopravvissuti al suicidio costituiscono la terza parte del volume, anch’essa un messaggio di speranza, dal momento che illustra esempi di come si possa riedificare la propria vita dopo tsunami esistenziali come quelli prodotti dalla morte innaturale di un proprio caro. La prima parte del volume – anch’essa aggiornata – è costituita dalla mia presentazione del tema del suicidio e dalle ragioni che mi hanno indotto a dedicarvi la mia vita.

Un’anticipazione, al riguardo?

Ero ancora uno specializzando di Psichiatria e mi interessavo di ormoni dello stress e di psicosomatica. Il suicidio di un giovane collega mi turbò al punto di cambiarmi la vita (un turning point). Sconvolto dalla consapevolezza di non aver saputo comprendere in alcun modo la sofferenza che doveva albergare nel mio amico, decisi di dedicarmi allo studio delle condotte suicidarie e lo feci con interesse e passione crescenti, data la grande complessità dell’argomento ma anche il suo indubbio fascino (l’unico vero problema filosofico, come ebbe a dire Albert Camus nel suo Mito di Sisifo). Dopo qualche anno riuscii a fondare l’associazione italiana per lo studio e la prevenzione del suicidio, a organizzare servizi clinici e unità di ricerca, la pubblicazione di una rivista, ecc. fino a spenderci l’intera carriera accademica. Oggi dirigo un centro internazionale di ricerca in Slovenia (nazione con un tasso di suicidio quasi triplo di quello italiano) ma soprattutto cerco di aiutare le persone che hanno sofferto la perdita di una persona cara per suicidio o altra causa di morte traumatica, come un incidente stradale o sul lavoro o una catastrofe naturale. De Leo Fund è una onlus che opera da Padova su tutto il territorio nazionale; si avvale dell’aiuto di medici, psicologi e volontari che offrono i propri servizi gratuitamente anche al telefono o via Internet (www.deleofund.org).

Purtroppo le persone spesso fanno fatica a chiedere aiuto, è d’accordo?

Sì, ha ragione. Soprattutto i maschi trovano difficile dimostrare le proprie debolezze e inquietudini.

Eppure è il passo, l’unico, non solo verso l’elaborazione del lutto ma verso la propria salvezza. Perché solo condividendo il dolore si riesce a trasformarlo. E nella trasformazione del dolore si scopre la bellezza della vita, si capisce perché sia fondamentale prendersene cura. Comprensione alla quale nel mio libro arrivano tutti i protagonisti che ruotano attorno a quel finale senza tragico esito, ovvero tutti quelli che, decisi a compiere il passo senza ritorno, si trovano invece miracolosamente graziati da questa tragica scelta.

Come se ne esce, quindi?

Come dicevo all’inizio, la prevenzione del suicidio è un problema che deve riguardare tutti. Parlare di suicidio, nel modo giusto, aumenta la consapevolezza del problema e combatte lo stigma che ancora lo circonda. Una delle conseguenze più nefaste della stigmatizzazione è la sua capacità di interferire con la richiesta d’aiuto. La società non può rimanere indifferente a questi aspetti. Chi è lasciato solo a gestire le conseguenze delle proprie tragedie si ammala o si da’ la morte. Dobbiamo aiutarci tutti. È molto difficile dare un senso alla propria esistenza soprattutto per chi non ha fede in alcuna religione; trovo che dare una mano a chi soffre aiuti molto a rendere la vita degna di essere vissuta.

  (  Doriano Fasoli)

Dove, Quando e con Chi mangiamo?

 

Partiamo dalla famiglia e dal senso di appartenenza al nucleo familiare che porta con sé il sentirsi parte e dunque con –dividere  con gli altri membri della famiglia. Luogo di elezione per la condivisione è la cucina che  non è solo il luogo dove si preparano i pasti, ma, anzi, proprio in quanto luogo di fabbricazione dei pasti, è anche un luogo simbolo della fabbricazione dei legami familiari. Capire dove mangiano, quandocon chi  ci può dire qualcosa sui  legami interni alla famiglia , sul loro modo di vivere insieme, di educarsi reciprocamente, di costruire vicinanza, etica e affetti piuttosto che distanze, incomprensioni, disaffezioni (Symons, 2004).

Del resto il nostro è un tempo veloce dove  anche i pasti restano stritolati dalla fretta. Sembra che non si riesca più a mangiare seduti, insieme, intorno alla tavola. Magari un pasto caldo, cucinato appositamente da qualcuno per qualcun altro, con il gusto della cura. L’antico ordine della tavola imbandita e della famiglia seduta intorno sembra aver lasciato il posto al movimento e all’incertezza: sembra di poter constatare una certa «destrutturazione» dei pasti, nel senso che se ne consumano sempre di meno insieme e sempre meno nel modo tradizionale. Le famiglie parlano infatti non più solo della tavola, ma anche del tavolino del soggiorno per spuntini di vario tipo; del tavolo del giardino, della terrazza, della veranda;deil vassoio mobile e personale; ß il semplice piatto ancora più nomade; ß il letto per posare il piatto o il vassoio. Ma cosa significa oggi INSIEME: la  costruzione di intimità affettiva, di uno spazio comune di narrazione e riflessività intorno al tempo trascorso nelle diverse attività da ciascuno dei membri. Non significa fondersi e con fondersi con gli altri e nemmeno la sola compresenza fisica  ma appunto con- dividere , dividere con . A partire dalle abitudini alimentari . Quando uno dei membri della famiglia, nel nostro caso un bambino/a  ha difficoltà di peso e deve seguire un regime alimentare ecco che se la famiglia è “insieme” deve mobilitarsi per creare le condizioni perché venga seguito.  . La ricerca ci dice quanto la BMI  di adulti e bambini in famiglia sia correlata ad esempio alle abitudini della cena Il primo passo è essere consapevoli sia delle nostre abitudini alimentari sia di quanto stiamo utilizzando il cibo per “nutrire” altro, per far passare il nostro affetto o compensare le nostre mancanze e sensi di colpa di genitori “in corsa”. In questo senso la famiglia , luogo di mediazione tra i bisogni  individuali  e quelli del gruppo famiglia, si deve fare creativa nel senso di creare le sue proprie modalità di stare a tavola      INSIEME .

Allora abbiamo pensato a 10 possibilità di gestire la dieta di un bambino in famiglia:

  • Perché non coinvolgere i ragazzi nella preparazione del cibo e della tavola e usare scodelle di minori dimensioni,
  • Usiamo il pane secco e lasciamo “la scarpetta a Cenerentola”!
  • Chiediamo al bambino perché  si mangia?  Aiutiamolo a  riconoscere la fame: spesso confondiamo le emozioni di rabbia, tristezza, noia, paura, ecc. con la sensazione di buco nello stomaco: “  in modo che impari a sentire i segnali di fame-sazietà. Facciamoci delle domande , per guardarci, osservarci e distanziarci da modelli e comportamenti “ingoiati” senza masticare.
  • Così come succede per il cibo abbiamo bisogno di assaporare i nostri comportamenti e le nostre emozioni, frammentarle, scomporle, masticarle e digerirlerimanendo in contatto con quello che sentiamo, pensiamo e facciamo
  • non investiamo il cibo di un valore eccessivo
  • non facciamo confronti con altri bambini e non facciamo vergognare i bambini delle propria golosità.
  • Insegnamo  a ricambiare  quello che  è stato offerto “con tanto amore”  con un bel “NO”,con un sorriso o un abbraccio,  ma lasciamo il cibo nelle mani di chi ce l’ha dato. Impariamo a sostituire la merendina e il cibo per premiare i bambini con le coccole, gli abbracci Non solo il cibo deve farci sentire felici, questo è l’errore principale che conduce a riprendere il peso perso e a confondere le idee dei bambini
  • Lasciamo quel che non ci va nel piatto! Non diciamo ai bambini “Non lasciare qualcosa  nel piatto  perché va sprecato!”. Occorre capire che sì esiste il problema della fame del mondo, ma non è legato al piatto di pasta che non riesco a finire e che finirà in frigo o nella spazzatura. Il problema è semmai l’averne cucinata troppa.
  • Vivere insieme non significa diventare tutti uguali. Ognuno di noi è diverso.Davanti alla necessità di dimagrire, conviene che ciascuno adatti la dieta sulla base delle proprie preferenze, del proprio carattere e delle proprie abitudini.
  • spegnere la TV, mettere da parte smartphone, tablet e telefoniper rimanere attenti e concentrati a quello che si dice, si mangia e si fa durante il pranzo o la cena.

Ma soprattutto diamo  l’esempio ai bambini che sono così inclini a prenderci per modelli di comportamento.

Nel momento in cui un membro della famiglia è impegnato nel seguire un regime alimentare personale insieme alle indicazioni delle dietista può essere  utile il sostegno psicologico alla famiglia  perché sostenga e con divida l’impegno del bambino/a che sta seguendo la dieta.

 

Il momento dei pasti è un momento importante che ha a che fare con il nutrirsi nei suoi aspetti emotivi ed affettivi. Stare insieme significa accogliere i bisogni dell’altro e in particolare dei nostri figli.

 

“Incontri e cicli di incontri per imparare ad apprezzare il cibo in serenità”

                                                                                  da ottobre

bimbi a tavola GABRIELLA CASTAGNOLI

 

 

 

 

 

Quando gli esami sembrano insormontabili… e la meta lontana!

Ricordo M. , 22 anni , seduta sulla poltrona della sala d’attesa dello studio , occhi bassi e postura ritirata. Dal primo colloquio apprendo il dispiacere di M per non essere più capace, malgrado i precedenti buoni risultati, a prendere più in mano un libro per terminare gli ultimi 3 esami che la separano dalla laurea triennnale. nei successivi colloqui emerge la difficoltà di M. a”prendere in mano la propria vita” in questo caso scolastica, la poca fiducia nelle proprie possibilità e l’incapacità di vedere prospettive future. Dopo un periodo di incontri di alcuni mesi M. è riuscita a riprendere le lezioni e a dare gradualmente gli esami mancanti.

Paternità

Un bravo padre …” dovrebbe proteggere l’unione speciale tra madre e bambino, alternarsi con lei  nelle cure primarie, tollerando poi di restarne estromesso, rintuzzando in se stesso i sentimenti di invidia e gelosia. Progressivamente, dovrebbe introdurre nella coppia fusionale di mamma e figlio il seme delicato del distacco e della separazione durante le varie tappe della crescita: l’addormentamento nel lettino, lo svezzamento, l’andata a scuola, l’incontro con i compagni e lo sport…. Nel contempo , dovrebbe attrarre la compagna, sedurla alla sessualità, reclamare anche per sé uno spazio di attenzione e affetti….”

“Il padre materno” S. Argentieri