Le mnemotecniche: in che modo migliorano la memoria

Le mnemotecniche sono delle strategie mentali che favoriscono la memorizzazione di nomi, numeri, azioni da compiere e singole informazioni.

Tutte le volte in cui facciamo qualcosa di deliberato per irrobustire il ricordo mettiamo in atto delle strategie di memoria: facciamo un uso strategico della memoria compiendo operazioni attive intelligenti. Le mnemotecniche sono tecniche di memoria volte alla memorizzazione e che facilitano l’immagazzinamento e recupero di informazioni.

Le mnemotecniche: i metodi per migliorare il ricordo

Esistono numerosi modi in cui può essere elaborato il materiale che voglio ricordare, ma è poco probabile che la semplice intenzione di ricordare ci sia di aiuto, poiché l’uso passivo, meccanico e ripetitivo della memoria, senza sfruttarne la potenzialità strategica, favorisce poco l’elaborazione efficace del materiale da ricordare.
Specifici compiti di memoria possono essere risolti usando strategie interne (mnemotecniche) o strategie esterne (prendere appunti, usare sveglie e il famoso nodo al fazzoletto).

In base al tipo e alla quantità di informazione da memorizzare è possibile categorizzare i differenti metodi in tre gruppi:
1) metodi che migliorano il ricordo di singoli item: il metodo dei loci, la creazione di immagini mentali, il metodo dei link, il peg-system, la categorizzazione e prendere appunti;
2) metodi che migliorano il ricordo dei nomi: la tecnica facce-nomi;
3) metodi che migliorano il ricordo dei numeri: il sistema numero-consonante.

Messaggio pubblicitario1) Metodi per migliorare il ricordo di singole informazioni

METODO DEI LOCI. È una delle tecniche più conosciute e più antiche, in passato veniva utilizzata per ricordare i discorsi (Yates, 1966), ma è anche impiegata per memorizzare singoli item in sequenza come la lista della spesa o le azioni da compiere durante il giorno (Lorayne e Lucas, 1974). Si procede con la creazione di una sequenza di luoghi (loci), meglio se ben conosciuti (come ad esempio tutti i luoghi che incontro nel tragitto da casa al lavoro). Questa sequenza è fondamentale e, perché la strategia sia utile, deve essere appresa perfettamente, automatizzata. Nella fase di codifica del materiale il primo item da ricordare deve essere associato al primo luogo della lista, il secondo item al secondo luogo e così via. Quando dovrò richiamare il materiale dovrò ripercorrere mentalmente la sequenza di luoghi partendo dal primo, che costituisce il cue (l’aggancio) e che favorirà il ricordo del primo item, e procedendo nello stesso modo fino all’ultimo luogo per ricordare l’ultimo item.

CREAZIONE DI IMMAGINI MENTALI. È un’abilità di codifica di base che richiede meno risorse cognitive rispetto alla tecnica dei loci. Consiste nella formazione di scenari mentali molto vividi per consentire il ricordo dell’informazione.

METODO DEI LINK. Come la tecnica precedente, anche questa richiedere meno dispendio cognitivo e consiste nell’associare ogni item della lista a quello precedente. Questa strategia, insieme a quella delle immagini, può anche essere utilizzata per formare immagini interattive di più item invece di immaginarne uno alla volta (Stigsdotter Neely e Bäckman, 1993b).

PEG-SYSTEM. È simile al metodo dei loci e prevede la memorizzazione di dieci parole di riferimento in rima con i numeri da 1 a 10 (ad esempio 1-pruno, 7-vette o 10-ceci). Ogni item viene associato attraverso immagini interattive a ciascuna parola di riferimento, che costituisce il peg (l’aggancio) per l’item: se ad esempio il primo item da ricordare è “sciarpa” si può immaginare una sciarpa su un pruno e così via. Per ricordare gli item procederò in ordine da 1 a 10 e attraverso il peg recupererò le immagini elaborate.

CATEGORIZZAZIONE. È il metodo più usato nella vita quotidiana e prevede il raggruppamento in categorie specifiche degli item da ricordare. Richiede l’abilità di ristrutturare e classificare gli stimoli in base ai loro elementi caratteristici, costruendo categorie in cui inserirli.

PRENDERE APPUNTI. Probabilmente è la strategia quotidiana più usata ed è il mezzo più ovvio per ricordare singole informazioni, ma non per questo meno efficace. Tecniche interne, come il metodo dei loci, e tecniche esterne, come prendere appunti, sono complementari. In alcune circostanze il prendere nota è preferibile rispetto a metodi interni, ma in altre occasioni è vero il contrario (Intons-Peterson e Fournier, 1986).

2) Metodi per migliorare il ricordo di nomi

I nomi sono elementi difficili da ricordare, in particolare se hanno una natura astratta. Vengono usate molte tecniche per migliorare il ricordo dei nomi (Higbee, 1988), ne esistono di più complesse, come ad esempio quelle che si basano sulla trasformazione delle immagini, e di più semplici. Tra quelle complesse rientrano le mnemotecniche facce-nomi usata da Yesavage (1983), composta da tre fasi:
a) scegliere una caratteristica rilevante del volto;
b) mettere in atto una concreta trasformazione in immagine del nome della persona;
c) formare un’immagine visiva interattiva collegando la trasformazione del nome alla caratteristica facciale prominente.

È un metodo che richiede un notevole dispendio cognitivo, ma esistono anche dei modi per semplificarlo senza comprometterne l’efficacia, come ad esempio usare solo la fase b), privilegiando quindi l’elaborazione del nome e la sua trasformazione in una rappresentazione visiva.

Sempre per diminuire la richiesta di risorse cognitive, si usano sia strategie che elaborano i nomi da ricordare associandoli a conoscenze pregresse, come ad esempio pensare a qualcuno di conosciuto con lo stesso nome, sia la tecnica “spaced retrieval”: si ripete il nome da ricordare aumentando di volta in volta l’intervallo tra una ripetizione e l’altra.

Messaggio pubblicitario3) Metodi per migliorare il ricordo di numeri

Una mnemotecnica tra le più conosciute per ricordare i numeri è il sistema numero-consonante (Higbee, 1988), simile al metodo dei loci. È composto da quattro fasi:
a) memorizzare una serie di coppie cifra-consonante (ad esempio 1=T o D; 5=L; 9=P o B) fino a che non sia super-appresa e automatica;
b) trasformare la stringa di numeri da ricordare in una sequenza di consonanti alla quale unire vocali per formare una parola;
c) memorizzare la parola formata;
d) trasformare la parola nella stringa originale di numeri.

Strategie come questa possono essere utili per codici che non vengono usati ogni giorno, perché quando l’uso è quotidiano il codice viene super-appreso e automatizzato rendendo superflua la necessità di un’elaborazione complessa.

Una delle critiche più frequenti rivolta all’uso delle mnemotecniche più complesse (come il metodo dei loci o quello facce-nomi) si centra sulla difficoltà di applicazione in situazioni quotidiane perché molto articolate, tanto da risultare a volte anche inappropriate; ma è anche vero che l’uso sistematico di queste strategie consente di ottenere in breve tempo miglioramenti nelle performance di memoria.

Bibliografia

  • Higbee, K. L. (1988). Your memory: how it works and how to improve it. New York: Paragon House.
  • Hill, R. D., Bäckman, L. e Stigsdotter Neely, A. (2000), Cognitive Rehabilitation in Old Age. Oxford: Oxford University Press.
  • Intons-Peterson, M. J. e Fournier, J. (1986). External and internal memory aids: when and how often do we use them? Journal of Experimental Psychology: General, 115, 267-280.
  • Lorayne, E. E. e Lucas, J. (1974). The memory book. New York: Stein & Day.
  • Stigsdotter Neely, A. e Bäckam, L. (1993b). Maintenance of gains following multifactorial and unifactorial memory training in late adulthood. Educational Gerontology, 19, 105-117.
  • Yates, F. A. (1966). The art of memory. London: Routledge.
  • Yesavage, J. A. (1983). Imagery pretraining and memory training in the elderly. Gerontology, 29, 271-275.
    Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/2017/04/mnemotecniche-migliorano-memoria/  (Francesca Soresi)

PESCI ROSSI NELL’ARTE

Da bambina desideravo tanto avere un gatto. Mia madre però non ne voleva sapere assolutamente e così ho dovuto ridimensionare il mio desiderio di un animale domestico dirottandolo su un minuscolo pesce rosso. Il quale pesce rosso, a differenza di qualsiasi gatto, aveva un micidiale istinto suicida che lo portava a balzare fuori dalla vaschetta appena giravo le spalle (avete presente la scena di Amelie?).

Quando il pesce Brodino (questo il nome che gli avevo dato, presagendo evidentemente una brutta fine…) non finiva i suoi giorni spiaccicato sul pavimento, lo trovavo a galleggiare a pancia all’aria, pallido, stecchito.
Insomma non ci sapevo fare, li facevo morire tutti. Non solo: il fatto che i miei compagni avessero cani e gatti e io il pesce rosso mi faceva sentire definitivamente una sfigata.

Ho rivalutato i pesci rossi solo di recente, da quando ho scoperto che nell’Ottocento erano considerati molto chic e si trovavano solo nelle abitazioni di lusso (mentre cani e gatti ce li avevano tutti). Lo testimoniano decine di dipinti con scene di genere che ho prontamente raccolto su Pinterest.

In verità i pesci rossi erano stati introdotti in Europa dall’estremo oriente già nel XVII secolo (negli Stati Uniti invece arriveranno solo nel 1850, diventando subito popolarissimi). Per via della loro livrea luccicante erano considerati simbolo di prosperità e così i pesci rossi divennero un tradizionale dono degli uomini sposati alle loro mogli, in occasione del primo anniversario di matrimonio.

Nei dipinti compaiono sempre dentro una bella boccia sferica di vetro soffiato, molto più bella della mia vaschetta rettangolare di plastica…
Era un oggetto col quale i pittori davano sfoggio di bravura nelle trasparenze e, soprattutto, nei riflessi. Un po’ come lo specchio convesso degli Arnolfini.

Ma quando compare questo soggetto nei dipinti? Il quadro più antico che ho trovato risale al 1765. Si tratta di un compassato ritratto femminile completato dalla boccia dei pesci rossi. Un gatto che cerca di afferrarli aggiunge alla scena ironia e naturalezza.

Il tema del ritratto con pesci nella boccia lascerà rapidamente il posto a scene più spontanee, in cui i personaggi sono intenti ad osservare i pesci. Con lo scorrere delle date è evidente anche un cambiamento stilistico, pur mantenendo lo stesso tema.

L’abbinamento più frequente è quello della donna elegante con boccia di pesci rossi.

Ma non mancano immagini di bambini incantati a guardare il nuoto dei pesci.

Ma forse i più interessati sono gli animali… i gatti, in particolare, si stanno già leccando i baffi!

Ma c’è un artista che, ancora più dei gatti e dei bambini, è rimasto stregato dal placido moto dei pesci nel loro vaso, fino a dedicare loro decine di tele. È Henri Matisse, uno dei pochi artisti del Novecento ad aver dipinto i pesci rossi.

Le altre apparizioni novecentesche dei pesci rossi rompono completamente con la tradizione, come questa geniale scultura in fil di ferro di Alexander Calder del 1929…

… o questo splendido scatto di Herbert List del 1937.

Certo, volendo guardare la vicenda dal lato del pesce non è che se la sia passata bene. Arte o non arte, girare in tondo dentro una palla di vetro non è esattamente la massima aspirazione per un animale. Ma qui vi racconto immagini ed epoche, senza giudizi, con il gusto di scoprire come andava il mondo.

Ah, a proposito… da almeno vent’anni ho sempre avuto un bel po’ di gatti. I pesci rossi saranno anche aristocratici ma preferisco animali più intraprendenti (ehm… si fa per dire).

(Emanuela Pulvirenti)

DIETA MEDIATICA

Per aiutare le famiglie americane a mantenere una dieta mediatica salutare, l’AAP raccomanda a genitori ed educatori di collaborare per stendere un “piano media” (Family Media Use Plan Tool) che tenga in considerazione la salute, l’educazione e il divertimento di tutti i bambini e i componenti della famiglia.

Si parte infatti dal presupposto che i media, se utilizzati in modo appropriato e in linea con i propri valori e stile parentali, possano anche aiutarci nella vita quotidiana.

Al contrario, se utilizzati in modo inappropriato o inconsapevole, possono sostituire rovinosamente occasioni importanti di dialogo, confronto faccia a faccia, gioco all’aria aperta, riposo…

Per questo è stato pensato di mettere a disposizone delle famiglie americane un Media Use Plan , per capire se stanno utilizzando una buona strategia di utilizzo degli schermi con i propri bambini o se è meglio che introducano delle nuove e più salutari abitudini.

Dai pediatri americani le nuove linee guida per l’uso degli schermi

A fine 2016 sono state rese pubbliche le nuove linee guida dell’American Academy of Pediatrics su tempo e modi con cui i bambini possono stare davanti agli schermi di televisione, computer, tablet e smartphone.

Le prime linee guida in relazione al cosiddetto “screen time” erano state redatte nel 2011. Erano granitiche e fortemente restrittive: nessuno schermo prima dei 2 anni e un’esposizione di massimo 2 ore al giorno per i bambini più grandi. Di fronte ai rapidi cambiamenti tecnologici in atto e in seguito alla rapida diffusione degli schermi touch (anche nelle famiglie), nell’ottobre 2015 i pediatri americani sentirono la necessità di cambiare la loro posizione in favore di una maggiore articolazione e pubblicarono quindi sulla rivista ufficiale dell’associazione un articolo intitolato “Beyond ‘turn it off’: How to advise families on media use”. Con questo intervento rimettevano in discussione le limitazioni al tempo-schermo precedentemente stabilite, dispensando consigli dettati in larga parte dal buonsenso, oltre che dall’evidenza scientifica, e dando enfasi alla qualità dei contenuti proposti e alla condivisione dell’esperienza di visione/utilizzo. Alla base del processo di apprendimento e della maturazione di importati skill del bambino, come l’empatia, il pensiero creativo, il controllo delle emozioni, c’è sempre infatti l’interazione reale con l’altro.

In quell’occasione era stata promessa la pubblicazione di nuove linee guida ufficiali, che sostituissero le precedenti.

Le linee guida 2016 per il tempo schermo dei bambini

  • Bambini fino ai 18 mesi: evitare l’utilizzo degli schermi, anche per videochiamate. I genitori di bambini tra i 18 e i 24 mesi che volessero introdurre ai propri bambini gli schermi digitali dovrebbero scegliere programmi e app di alta qualitàcondividendo l’esperienza di utilizzo e visione con i propri piccoli per spiegare loro cosa stanno vedendo. In generale, non avere fretta di introdurre la tecnologia ai bambini: il suo utilizzo è ormai così intuitivo, che in pochissimo tempo, al momento giusto, impareranno ad usarla.
  • Bambini dai 2 ai 5 anni: limitare l’esposizione agli schermi a un’ora al giorno, scegliendo programmi e app di alta qualità (come quelli di Sesame Street), che possano per esempio migliorare le competenze linguistiche. Sfortunatamente, rileva l’AAP, molte delle app definite “educative” negli appstore non coinvolgono nella loro progettazione veri specialisti o figure accademiche e non sono pensate per un utilizzo condiviso, per esempio tra genitore e figlio, prediligendo piuttosto l’uso in autonomia. Spesso gli ebook (o app narrative) pensate per i più piccoli presentano interazioni che più che aumentare l’esperienza di lettura introducono elementi di distrazione, quindi anche in questo caso è bene valutare i titoli che si sottopongono ai bambini. Anche in questa fascia d’età è consigliabile affiancare i bambini mentre utilizzano i media, per aiutarli a capire cosa stanno vedendo.
  • Bambini oltre i 6 anni: dare limitazioni chiare al tempo speso davanti agli schermi, anche a seconda del tipo di medium utilizzato, assicurandosi che il tempo schermo non tolga spazio ed energie ad altre attività che il bambino deve svolgere nel corso della giornata (giocare, studiare, dormire…) e che non inneschi abitudini poco salutari. Ancora una volta viene ribadito: “Content is crucial”, soprattutto quando si parla di programmi televisivi.
    Stabilire insieme i momenti media-free, come quelli dei pasti o della guida in auto, così come zone media-free della casa (le camere da letto, per esempio).
    Tenere aperta la comunicazione con i propri figli sui temi della sicurezza, anche online, e dei comportamenti nella sfera digitale.
  • I genitori: non lasciare la televisione accesa senza che nessuno la guardi, crea inutili interferenze mentre i bambini giocano o mentre interagiscono con i genitori o fra di loro.
    Un utilizzo massiccio dei device digitali da parte dei genitori rischia di ridurre le interazioni in famiglia, sia verbali che affettive. E dal momento che l’esempio dei genitori è sempre fondamentale nell’educazione dei figli, è bene che anche il rapporto degli adulti con tali strumenti sia ponderato e consapevole.

AGEISM: di cosa parliamo?

L’etimologia inglese è ageism (age-ism: “età” + suffisso greco “ismo”) coniato nel 1969 da un gerontologo statunitense, Robert Neil Butler, per indicare appunto la discrimination against seniors (it. discriminazione verso i più anziani). 

L’ageismo è vietato. In Italia, La Costituzione, all’articolo 3 (principio di uguaglianza), vieta qualsiasi forma di “discriminazione basata sulle condizioni personali”, genus nel quale la dottrina costituzionale ha fatto rientrare la specie della “discriminazione basata sull’età”, di cui l’ageismo rappresenta una sottospecie.

Anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del dicembre 2000 vieta espressamente qualsiasi forma di “discriminazione basata sull’età”.

La discriminazione dell’anziano nelle cure sanitarie è un problema precedente al 1968, anno di creazione dell’inglesismo. Essa pone a rischio il diritto alla salute dell’anziano, specie di quello disabile.

L‘ageismo nei mass media è un problema più recente, ed è dovuto alla misura in cui la politica editoriale della televisione tende a promuove oltre misura il giovanilismo attraverso il mito dell’eterna giovinezza ed il desiderio di sentirsi giovani, a discapito della figura dell’anziano. Alcune forme di pubblicità esaltando il consumo di prodotti legati all’immagine della giovanilità del corpo, danno una veste caricaturale ai segni della vecchiaia e tendono a ridurre in forme caricaturali lo stesso valore della naturale anzianità.

L’ageismo si manifesta anche fuori dai canali istituzionali-sanitari e mediatici, riverberandosi nei rapporti e nelle relazioni sociali, dove esiste una chiara o più velata discriminazione nei confronti dell’anziano, che può essere motivato da ragioni economiche, sociali o commerciali. Addirittura in Giappone, dove gli anziani costituiscono poco meno del 25 % della popolazione, gli anziani vengono spesso discriminati come madao, ossia “vecchio completamente inutile”.

In Emilia Romagna

Dal Rapporto sociale anziani’ elaborato dalla Regione Emilia Romagna e presentato nel corso del convegno emerge che gli over 65enni residenti in Emilia-Romagna all’1 gennaio 2019 superano il milione e rappresentano quindi il 23,9% della popolazione, percentuale che potrebbe salire al 30% nei prossimi 15 anni; di questi, oltre 360mila – i cosiddetti grandi anziani– hanno più di ottant’anni

A questa platea di cittadini si rivolge il Piano d’azione regionale per la popolazione anziana, che mette insieme programmi e interventi specifici a cui lavorano, oltre alle istituzioni, le organizzazioni sindacali e del terzo settore. Avviato nel 2004, è stato concepito come uno strumento d’approccio intersettoriale, per pianificare le politiche pubbliche e del privato sociale a favore della terza età.
Esaminando i dati contenuti nel ‘Rapporto sociale’ sul milione di anziani residenti in regione le province con la maggior incidenza sono Ferrara (27,9%), Ravenna (25,3%), Piacenza (24,8%), Bologna (24,4%) e Forli-Cesena (24,3), seguono Parma (23,2%), Rimini (22,8%), Modena (22,7%) e Reggio Emilia (21,5%), la più giovane. Prevale la componente femminile, che rappresenta il 56,6% dei residenti over 65enni e il 62,3% dei grandi anziani; la presenza di persone anziane nelle famiglie è di oltre una su tre (38%) e più di una famiglia su quattro (26%) è composta interamente da anziani.

6 mesi di lockdown e ora rientro a scuola…e adesso?

Adesso  dovremo reimpostare nuovi ritmi di vita quotidiana e rispettare i ruoli: genitore, studente, insegnante, ecc…

Una riflessione sull’uso della DAD -didattica a distanza- può essere utile. Se è vero che i bambini e ragazzi sono abituati a utilizzare liberamente e in maniera competente le tecnologie, è altrettanto vero che il loro utilizzo è sempre stato riservato a momenti di svago e divertimento. La DAD ha portato tutti noi , gli studenti in primis, a riconsiderare  e ripensare l’utilizzo degli strumenti tecnologici: un’operazione complessa che , insieme al mantenere viva la concentrazione, ha portato impegno in più. Inoltre, l’utilizzo massivo di questi strumenti ha attivato un dialogo legato proprio al loro utilizzo eccessivo  e scorretto, all’utilizzo dei social aprendo una problematica che dovrà essere sviscerata e gestita.

Ma cosa possono fare i genitori?

Certamente in questo periodo il loro ruolo assume un’importanza fondamentale per ridurre lo stress psicologico che potrebbe riguardare i loro figli

Ma come fare?

La strutturazione, già prima dell’ìinizio scuola, di una routine giornaliera che richiami quella precedente a quella adottata nel periodo di lockdown potrebbe essere un primo passo riportando dentro la vita familiare dinamiche relazionali utili .

Ma anche rivedendo e ripensando cosa cambiare… Questo è un momento ideale per reimpostare abitudini, dinamiche e routine familiari ,non solo ripensando al prima lockdown ma anche al futuro… Come fossimo tutti primini e primine, al primo giorno di scuola o d’asilo , potremmo affacciarci a un  nuovo periodo con pensieri nuovi su come vorremmo d’ora in poi la nostra quotidianità. Certi che avremo bisogno di una fase di adattamento  dove mascherine, distanza, banchi singoli, entrate e uscite differenziate, triage ricopriranno un ruolo importante con il quale dovremo diventare familiari . Per andare avanti.

Non vedere solo la parte drammatica e patologica di questa nuova ripartenza sarà la chiave per ripartire davvero.  Imparare a conviverci sarà necessario. Possiamo incominciare dal ritornare a praticare le abitudini precedenti la chiusura forzata , utilizzando le necessarie precauzioni.

Mettersi in discussione, come genitori, non rivela debolezza ma al contrario, capacità riflessiva , di pensare e ripensare il nostro presente e, attraverso esso, il futuro. Gruppi di discussione, associazioni di genitori possono essere un luogo utile per scambiare pensieri ed opinioni in materia. E anche per parlare dei conflitti generazionali genitori/figli che la forzata convivenza in casa hanno spesso esasperato .

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Non c’è un genitore giusto o sbagliato né un decalogo di regole che ci assicura di non sbagliare. Parlarne ci aiuta a conoscerci meglio, ad ascoltare le opinioni e le idee altrui e a meglio conoscerei nostri figli. Non ultimo ad attrezzarci meglio.

Rientro a scuola, previsto supporto psicologico per personale e studenti

L’epidemia e il conseguente lockdown che ha chiuso in casa milioni di ragazzi e lavoratori, hanno inevitabilmente avuto delle ripercussioni psicologiche sulle persone coinvolte.

Per questa ragione, nel Protocollo di sicurezza siglato il 6 agosto, viene posta attenzione anche alla salute e al supporto psicologico per il personale scolastico e per gli studenti, quale misura di prevenzione precauzionale indispensabile per una corretta gestione dell’anno scolastico.

Sulla base di una Convenzione tra Ministero dell’Istruzione e il Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi, si promuove così un sostegno psicologico per fronteggiare situazioni di insicurezza, stress, ansia dovuta ad eccessiva responsabilità, timore di contagio, rientro al lavoro in “presenza”, difficoltà di concentrazione, situazione di isolamento vissuta.

Questi i suggerimenti del M.I. per le scuole:

  • rafforzamento degli spazi di condivisione e di alleanza tra Scuola e Famiglia, anche a distanza;
  • ricorso ad azioni di supporto psicologico in grado di gestire sportelli di ascolto e di coadiuvare le attività del personale scolastico nella applicazione di metodologie didattiche innovative (in presenza e a distanza) e nella gestione degli alunni con disabilità e di quelli con DSA o con disturbi evolutivi specifici o altri bisogni educativi speciali, per i quali non sono previsti insegnanti specializzati di sostegno.

Il supporto psicologico sarà coordinato dagli Uffici Scolastici Regionali e dagli Ordini degli Psicologi regionali e potrà essere fornito, anche mediante accordi e collaborazioni tra istituzioni scolastiche, attraverso specifici colloqui con professionisti abilitati alla professione psicologica e psicoterapeutica, effettuati in presenza o a distanza, senza alcun intervento di tipo clinico.

(La Gatta L)

Le nuove frontiere della scuola : siamo pronti a rientrare?

Martedì 15 settembre alle ore 20.30

iniziativa sulla scuola “Le nuove frontiere della scuola “

presso l‘Associazione Primola – Imola

Dialogheranno la Prof.ssa Di Ciaula Maria e la Consigliere Regionale Marchetti Francesca e la coordinatrice didattico pedagogica del doposcuola di Primola Dott.ssa Castagnoli Gabriella.

Saranno presentati tutti i protocolli Nazionali e Regionali inerenti il covid-19 che saranno attuati nelle scuole e nel doposcuola di Primola.