Quali sono le cause dello stress?

Lo stress è una risposta psicofisica che l’organismo mette in atto in risposta a compiti che sono valutati dall’individuo come eccessivi: questo significa che un evento stressante per qualcuno potrebbe non esserlo per altri e che uno stesso evento in fasi di vita diverse può risultare più o meno stressante. È tuttavia utile individuare alcuni fattori che risultano tipicamente stressanti per la maggior parte delle persone. Molti dei grandi eventi della vita possono risultare stressanti, sia eventi piacevoli come il matrimonio, la nascita di un figlio o un nuovo lavoro, sia quelli spiacevoli come la morte di una persona cara, una separazione o il pensionamento. Accanto a questi eventi possiamo identificare come fonti frequenti di stress alcuni fattori fisici: il freddo o il caldo intensi, l’abuso di alcol o il fumo, ma anche serie limitazioni nei movimenti. Esistono inoltre fattori ambientali che ci espongono al rischio di stress, pensiamo ad esempio alla mancanza di un’abitazione, agli ambienti molto rumorosi, a livelli di inquinamento elevati. Ricordiamo, infine, le malattie organiche e gli eventi straordinari quali i cataclismi.

I sintomi dello stress

Ci capita spesso di dire che siamo ‘stressati’ ma non tutti i sintomi sono facili da individuare e possiamo sottovalutare il problema. Pur essendo difficile fornire un elenco esaustivo di tutti i sintomi dello stress, è utile individuare i più frequenti. Si individuano quattro categorie di sintomi da stress:
sintomi fisici: mal di testa, mal di schiena, indigestione, tensione nel collo e nelle spalle, dolore allo stomaco, tachicardia, sudorazione delle mani, extrasistole, agitazione, problemi di sonno, stanchezza, capogiri, perdita di appetito, problemi sessuali, fischi alle orecchie;
sintomi comportamentali: digrignare i denti, alimentazione compulsiva, più frequente assunzione di alcolici, atteggiamento critico verso gli altri, comportamenti prepotenti, difficoltà a portare a termine i compiti;
sintomi emozionali: tensione, rabbia, nervosismo, ansia, pianto frequente, infelicità, senso di impotenza, predisposizione ad agitarsi o sentirsi sconvolti;
sintomi cognitivi: difficoltà a pensare in maniera chiara, problemi nella presa di decisione, distrazione, preoccupazione costante, perdita del senso dell’umorismo, mancanza di creatività.

Stress: un po’ di storia

Un punto di partenza nella ricerca sullo stress in ambito medico può essere individuato nei lavori di Hans Selye, un medico austriaco che, dalla metà degli anni Trenta del secolo scorso, iniziò a lavorare su questo tema presso l’Università di Montreal. Come riporta lo stesso Selye (1976) fu un esperimento condotto su alcuni topi alla ricerca di un nuovo ormone a indicare un’interessante linea di indagine. Indipendentemente dalla sostanza tossica iniettata, i topi mostravano tutti la stessa reazione: ispessimento della corteccia surrenale, riduzione del timo e ulcere sanguinanti nello stomaco e nell’intestino.

Selye conosceva i lavori del fisiologo Walter Cannon, che dagli anni Venti aveva lavorato sul concetto di omeostasi e sulla risposta d’allarme presso l’Università di Harvard. Dinnanzi ad un pericolo l’organismo ha una reazione di allarme che ha la funzione di preparare il soggetto ad una rapida azione offensiva o difensiva, fondamentale per la sopravvivenza. Cannon (1929) studiò e descrisse quella che è nota con il nome di flight or fight reaction: uno stato di sovraeccitazione innescato dall’attivazione del sistema nervoso autonomo in seguito alla rilevazione di un pericolo nell’ambiente esterno. Questa reazione di allarme è comune a uomini e animali e ha un forte valore evolutivo, poiché permette al soggetto di attivare una serie di risorse che possono risultare vitali in situazioni di pericolo.

Selye aveva studiato questo testo, ma riteneva che la fase di allarme non fosse sufficiente per rendere conto di un processo in realtà più articolato. Studiando i suoi topi in laboratorio il medico descrisse un ciclo che è noto come ‘sindrome generale di adattamento’ (Selye, 1974). La prima risposta ad un evento esterno stressante (che chiamò stressor) costituisce quella che propriamente si indica come ‘reazione di allarme’. Se lo stressor non è sufficientemente potente da risultare incompatibile con la sopravvivenza dell’organismo, ma al tempo stesso è prolungato, si innesca una seconda fase che si definisce di ‘resistenza’ e che, a livello di attivazione dell’organismo, coincide con risposte diverse e per alcuni versi opposte rispetto alla reazione di allarme. Tuttavia questa fase non può essere protratta a lungo: se lo stressor continua ad essere presente in modo intenso, si innesca la fase di esaurimento – le risorse a disposizione dell’organismo sono limitate e ad un certo punto si esauriscono (Selye, 1976).

La sindrome generale di adattamento negli esseri umani è un fenomeno di gran lunga più complesso di quello osservabile negli animali. Se nel regno animale la reazione di allarme è innescata dalla presenza di un predatore o da qualche minaccia concreta per la vita o per lo status nel gruppo del singolo, gli uomini tendono a reagire in questo modo anche se nessun pericolo reale è presente. Tra gli esseri umani, lo stress rappresenta una questione importante, che non si esaurisce in una reazione naturale ad un pericolo concreto: soprattutto nelle società occidentali moderne, questo utile strumento può diventare un modo di vivere dannoso, portando con sé difficoltà non indifferenti.

Che cos’è lo stress?

Lo stress è una risposta psicofisica a compiti anche molto diversi tra loro, di natura emotiva, cognitiva o sociale, che la persona percepisce come eccessivi. Fu Selye il primo a parlare di stress, definendolo come una

risposta aspecifica dell’organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso (Selye, 1976).

In base alla durata dell’evento stressante è possibile distinguere due categorie di stress: se lo stimolo si verifica una volta sola e ha una durata limitata si parla di ‘stress acuto’, se invece la fonte di stress permane nel tempo si utilizza l’espressione ‘stress cronico’. Lo stress cronico propriamente detto dura a lungo, investe diverse sfere di vita e costituisce un ostacolo al perseguimento degli obiettivi personali. Si definisce, infine, ‘stress cronico intermittente’ un quadro di attivazione da stress che si presenta ad intervalli regolari, con una durata limitata e un buon livello di prevedibilità. Accanto alla distinzione sulla base della durata è possibile individuare due categorie sulla base della natura degli eventi stressanti. In molti casi gli stressor sono nocivi e possono portare ad un abbassamento delle difese immunitarie – si parla quindi di distress. In altri casi, invece, gli stressor sono benefici, poiché favoriscono una maggior vitalità dell’organismo – si utilizza in questo caso l’espressione eustress.

DIETA MEDIATICA

Per aiutare le famiglie americane a mantenere una dieta mediatica salutare, l’AAP raccomanda a genitori ed educatori di collaborare per stendere un “piano media” (Family Media Use Plan Tool) che tenga in considerazione la salute, l’educazione e il divertimento di tutti i bambini e i componenti della famiglia.

Si parte infatti dal presupposto che i media, se utilizzati in modo appropriato e in linea con i propri valori e stile parentali, possano anche aiutarci nella vita quotidiana.

Al contrario, se utilizzati in modo inappropriato o inconsapevole, possono sostituire rovinosamente occasioni importanti di dialogo, confronto faccia a faccia, gioco all’aria aperta, riposo…

Per questo è stato pensato di mettere a disposizone delle famiglie americane un Media Use Plan , per capire se stanno utilizzando una buona strategia di utilizzo degli schermi con i propri bambini o se è meglio che introducano delle nuove e più salutari abitudini.

Dai pediatri americani le nuove linee guida per l’uso degli schermi

A fine 2016 sono state rese pubbliche le nuove linee guida dell’American Academy of Pediatrics su tempo e modi con cui i bambini possono stare davanti agli schermi di televisione, computer, tablet e smartphone.

Le prime linee guida in relazione al cosiddetto “screen time” erano state redatte nel 2011. Erano granitiche e fortemente restrittive: nessuno schermo prima dei 2 anni e un’esposizione di massimo 2 ore al giorno per i bambini più grandi. Di fronte ai rapidi cambiamenti tecnologici in atto e in seguito alla rapida diffusione degli schermi touch (anche nelle famiglie), nell’ottobre 2015 i pediatri americani sentirono la necessità di cambiare la loro posizione in favore di una maggiore articolazione e pubblicarono quindi sulla rivista ufficiale dell’associazione un articolo intitolato “Beyond ‘turn it off’: How to advise families on media use”. Con questo intervento rimettevano in discussione le limitazioni al tempo-schermo precedentemente stabilite, dispensando consigli dettati in larga parte dal buonsenso, oltre che dall’evidenza scientifica, e dando enfasi alla qualità dei contenuti proposti e alla condivisione dell’esperienza di visione/utilizzo. Alla base del processo di apprendimento e della maturazione di importati skill del bambino, come l’empatia, il pensiero creativo, il controllo delle emozioni, c’è sempre infatti l’interazione reale con l’altro.

In quell’occasione era stata promessa la pubblicazione di nuove linee guida ufficiali, che sostituissero le precedenti.

Le linee guida 2016 per il tempo schermo dei bambini

  • Bambini fino ai 18 mesi: evitare l’utilizzo degli schermi, anche per videochiamate. I genitori di bambini tra i 18 e i 24 mesi che volessero introdurre ai propri bambini gli schermi digitali dovrebbero scegliere programmi e app di alta qualitàcondividendo l’esperienza di utilizzo e visione con i propri piccoli per spiegare loro cosa stanno vedendo. In generale, non avere fretta di introdurre la tecnologia ai bambini: il suo utilizzo è ormai così intuitivo, che in pochissimo tempo, al momento giusto, impareranno ad usarla.
  • Bambini dai 2 ai 5 anni: limitare l’esposizione agli schermi a un’ora al giorno, scegliendo programmi e app di alta qualità (come quelli di Sesame Street), che possano per esempio migliorare le competenze linguistiche. Sfortunatamente, rileva l’AAP, molte delle app definite “educative” negli appstore non coinvolgono nella loro progettazione veri specialisti o figure accademiche e non sono pensate per un utilizzo condiviso, per esempio tra genitore e figlio, prediligendo piuttosto l’uso in autonomia. Spesso gli ebook (o app narrative) pensate per i più piccoli presentano interazioni che più che aumentare l’esperienza di lettura introducono elementi di distrazione, quindi anche in questo caso è bene valutare i titoli che si sottopongono ai bambini. Anche in questa fascia d’età è consigliabile affiancare i bambini mentre utilizzano i media, per aiutarli a capire cosa stanno vedendo.
  • Bambini oltre i 6 anni: dare limitazioni chiare al tempo speso davanti agli schermi, anche a seconda del tipo di medium utilizzato, assicurandosi che il tempo schermo non tolga spazio ed energie ad altre attività che il bambino deve svolgere nel corso della giornata (giocare, studiare, dormire…) e che non inneschi abitudini poco salutari. Ancora una volta viene ribadito: “Content is crucial”, soprattutto quando si parla di programmi televisivi.
    Stabilire insieme i momenti media-free, come quelli dei pasti o della guida in auto, così come zone media-free della casa (le camere da letto, per esempio).
    Tenere aperta la comunicazione con i propri figli sui temi della sicurezza, anche online, e dei comportamenti nella sfera digitale.
  • I genitori: non lasciare la televisione accesa senza che nessuno la guardi, crea inutili interferenze mentre i bambini giocano o mentre interagiscono con i genitori o fra di loro.
    Un utilizzo massiccio dei device digitali da parte dei genitori rischia di ridurre le interazioni in famiglia, sia verbali che affettive. E dal momento che l’esempio dei genitori è sempre fondamentale nell’educazione dei figli, è bene che anche il rapporto degli adulti con tali strumenti sia ponderato e consapevole.

Stress e Salute: l’importanza di un approccio integrato

Le evidenze scientifiche fanno riflettere sull’importanza di un approccio integrato nella prevenzione e  nel trattamento delle patologie stress correlate.
Le numerose evidenze scientifiche  fanno riflettere sull’importanza di adottare un approccio integrato nella prevenzione e nel trattamento delle patologie correlate allo stress, che miri al rilevamento degli indici non solo fisici, ma anche comportamentali e psicologici  potenzialmente responsabili dell’alterazione delle condizioni di salute.

Le evidenze scientifiche dimostrano l’impatto dello stress sull’alterazione delle condizioni di salute e l’importanza di un approccio integrato (Gaston et al., 1987; King et al., 1991; Chiu et al., 2003; Rosenkranz et al., 2003; Ross, 2005; Levy et al., 2006; Drossman, 2011).

Negli ultimi anni stiamo assistendo a un incremento delle cause di stress e appare chiaro quanto ognuno di noi possa essere esposto ai danni fisici e psicologici che da esso derivano.

Lo stress è sempre più diffuso, tanto da essere considerato la nuova patologia del secolo.

Per stress s’intende La risposta non specifica dell’organismo a ogni richiesta effettuata ad esso e proveniente dall’ambiente”. Dalle parole di Hans Selye (1956), considerato il padre del concetto di stress, si intuisce che di per sé lo stress non ha una connotazione negativa.

Esiste una forma positiva, detta “eustress”, che allena la capacità di adattamento individuale e permette il raggiungimento di obiettivi specifici. I problemi insorgono quando l’organismo entra in una condizione di “distress”, nel momento in cui le richieste dell’ambiente superano le risorse a disposizione. Se questa situazione si protrae nel tempo, l’organismo può produrre forme di risposta patologiche e difficilmente reversibili.

Secondo l’ AISIC (Associazione Italiana contro lo Stress e l’Invecchiamento Cellulare) il 70% delle morti in Italia sarebbe causata da malattie cardiovascolari, cirrosi epatiche, tumori, broncopatie cronico-ostruttive, malattie intestinali, tutte patologie legate allo stress o a comportamenti disfunzionali dovuti alla condizione di stress.

Questi dati fanno riflettere su quanto siano onerosi i costi individuali che ciascun individuo deve sostenere in termini di visite specialistiche, farmaci, giorni lavorativi persi, e danno l’idea della complessità e della gravità del fenomeno.

Negli ultimi anni stiamo assistendo all’aumento di patologie la cui origine pare essere un disturbo del funzionamento dei sistemi interni di autoregolazione, che provoca alterazioni in tutto l’organismo. L’ipotesi è che lo stress prolungato rappresenti il motore di questo circuito a cascata. Studi longitudinali hanno indagato il ruolo dello stress sul decorso delle malattie cutanee, in particolare due studi condotti su piccolo gruppi suggeriscono una correlazione tra il livello dello stress percepito e l’andamento clinico della psoriasi (Gaston et al., 1987) e della dermatite atopica (King et al., 1991), mentre uno studio condotto su studenti universitari ha evidenziato una correlazione stress e l’andamento clinico dell’acne (Chiu et al., 2003).

Alcuni studi mettono in relazione i disturbi funzionali digestivi con esperienze stressanti precoci vissute durante l’infanzia, ad esempio la morte di un genitore, l’abuso sessuale o la presenza di una relazione disfunzionale con il caregiver: tra pazienti con tali disturbi coloro che riferiscono storie di abuso fisico e psicologico risultano maggiori rispetto ai pazienti con disturbi gastroenterologici organici senza la presenza di tali esperienze traumatiche (Drossman, 2011; Ross, 2005).

In particolare, sembra che nei pazienti con sindrome da intestino irritabile la percentuale di anamnesi positiva per abuso sessuale  raggiunga una percentuale che varia dal 30 al 56 % (Levy et al., 2006). Tuttavia, i dati non sono ancora stati confermati e necessitano di ulteriori approfondimenti.

Le malattie cardiovascolari sembrano legate a fattori psicosociali che possono influenzare il verificarsi di un’aterosclerosi o di un evento cardiaco. In particolare, le Linee Guida europee sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari (Fourth Joint of the European Society of Cardiology, 2007)  fanno riferimento al livello socio-economico basso, presenza di stress lavorativo e familiare, mancanza di supporto sociale, tendenza all’ostilità.

Infine, per quanto riguarda il sistema immunitario, uno studio condotto nell’Università del Wisconsin ha dimostrato che uno stato psicologico negativo è correlato a una peggiore risposta al vaccino antinfluenzale (Rosenkranz et al., 2003), evidenziando come l’iperattivazione delle cortecce prefrontali determini l’attivazione dell’asse dello stress, con sovrapproduzione di cortisolo e conseguente inibizione della risposta immunitaria.

Le numerose evidenze scientifiche  fanno riflettere sull’importanza di adottare un approccio integrato nella prevenzione e nel trattamento delle patologie correlate allo stress, che miri al rilevamento degli indici non solo fisici, ma anche comportamentali e psicologici  potenzialmente responsabili dell’alterazione delle condizioni di salute.

                                                                            (State of mind – R.Piron)

Città Age Friendly: come?

Parliamo di invecchiamento attivo

Una città age-friendly consentirebbe alle persone anziane di partecipare attivamente alla vita della propria comunità, favorendo un invecchiamento attivo
Secondo l’OMS per favorire l’ invecchiamento attivo e l’inclusione sociale delle persone anziane bisognerebbe puntare alla trasformazione delle città in città age-friendly: ciò consentirebbe alle persone di ogni età di partecipare attivamente alla vita della propria comunità e a rimanere attive durante l’ invecchiamento.

Invecchiamento attivo: non più spettatori della vita che passa

L’allungamento dell’aspettativa di vita ha determinato un cambiamento nel modo in cui l’anziano viene considerato all’interno della società: non più passivo spettatore della vita che passa ma protagonista attivo.Per definire questa nuova categoria l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, 2002) ha coniato il termine: invecchiamento attivo, cioè “il processo di ottimizzazione delle opportunità di salute, partecipazione e sicurezza” per migliorare la qualità di vita delle persone che invecchiano. Il termine “attivo” non si riferisce esclusivamente all’importanza di mantenersi fisicamente attivi, ma riflette la rilevanza del coinvolgimento in attività produttive, al mantenimento di un impegno sociale, culturale e civico.

In ambito gerontologico vi è la profonda convinzione che l’ambiente in cui l’anziano vive possa fortemente impattare sulla sua vita (Lawton & Nahemow, 1973). Le ricerche in tal senso si sono focalizzate primariamente sullo studio dei contesti istituzionali e domestici. Recentemente l’interesse si è rivolto anche ai macro contesti, come i quartieri, le comunità, le regioni o le località urbane-rurali.

Ambienti e città age-friendly: migliorare la vita delle persone più fragili

Secondo l’OMS per favorire l’ invecchiamento attivo e l’inclusione sociale delle persone anziane bisognerebbe rendere il mondo in cui viviamo più età-solidale e creare città age- friendly. Ciò consentirebbe alle persone di ogni età di partecipare attivamente alla vita della propria comunità, favorendo i rapporti sociali; aiuterebbe le persone a rimanere attive e in salute durante il loro invecchiamento e fornirebbe un sostegno adeguato alle persone che non possono più prendersi cura di sé.

Una città age- friendly, inoltre, non risponde soltanto alle esigenze della popolazione anziana ma di tutte le persone più fragili. Costruire edifici e strade senza barriere architettoniche consente e migliora gli spostamenti e l’indipendenza delle persone disabili, giovani e anziane. Un vicinato sicuro consente ai bambini, alle giovani donne e alle persone anziane di muoversi con sicurezza e di partecipare così alle attività sociali. Per di più, le famiglie delle persone anziane vivono uno stress minore nel momento in cui sanno di poter contare sui servizi sanitari di cui hanno bisogno e sul supporto della propria comunità.

Città age-friendly per favorire l’ invecchiamento attivo

Nel 2006 l’OMS lancia l’iniziativa Città Age-friendly (Age-Friendly Cities), per rispondere alle esigenze di una popolazione che invecchia. L’iniziativa, che ha avuto inizio con un’analisi preliminare di varie città del mondo, ha valutato le strutture e i servizi che rendono una città adatta per la popolazione anziana.

All’interno di tale programma sono stati individuati gli elementi chiave dell’ambiente urbano che supportano l’ invecchiamento attivo e in salute. La ricerca, condotta in 33 città usando un approccio partecipativo, ha confermato l’importanza per le persone anziane dell’accessibilità ai trasporti pubblici, agli spazi esterni e agli edifici, nonché la necessità di un alloggio adeguato, il sostegno della comunità e dei servizi sanitari. Ma ha anche evidenziato la necessità di promuovere quei rapporti che permettono alle persone anziane di essere membri attivi della società, per superare i pregiudizi sull’ invecchiamento e per fornire maggiori opportunità di partecipazione civica e di occupazione.

In seguito alla raccolta e all’analisi dei dati, l’OMS ha costituito un network di città age-friendly con un duplice obiettivo: da un lato, permettere lo scambio di informazioni tra le città, accelerando la loro trasformazione in comunità a misura di anziano, e dall’altro, fornire indicazioni per sviluppare politiche su questo tema anche a livello regionale e nazionale.

( M.Aricò State of mind)

AGEISM: di cosa parliamo?

L’etimologia inglese è ageism (age-ism: “età” + suffisso greco “ismo”) coniato nel 1969 da un gerontologo statunitense, Robert Neil Butler, per indicare appunto la discrimination against seniors (it. discriminazione verso i più anziani). 

L’ageismo è vietato. In Italia, La Costituzione, all’articolo 3 (principio di uguaglianza), vieta qualsiasi forma di “discriminazione basata sulle condizioni personali”, genus nel quale la dottrina costituzionale ha fatto rientrare la specie della “discriminazione basata sull’età”, di cui l’ageismo rappresenta una sottospecie.

Anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del dicembre 2000 vieta espressamente qualsiasi forma di “discriminazione basata sull’età”.

La discriminazione dell’anziano nelle cure sanitarie è un problema precedente al 1968, anno di creazione dell’inglesismo. Essa pone a rischio il diritto alla salute dell’anziano, specie di quello disabile.

L‘ageismo nei mass media è un problema più recente, ed è dovuto alla misura in cui la politica editoriale della televisione tende a promuove oltre misura il giovanilismo attraverso il mito dell’eterna giovinezza ed il desiderio di sentirsi giovani, a discapito della figura dell’anziano. Alcune forme di pubblicità esaltando il consumo di prodotti legati all’immagine della giovanilità del corpo, danno una veste caricaturale ai segni della vecchiaia e tendono a ridurre in forme caricaturali lo stesso valore della naturale anzianità.

L’ageismo si manifesta anche fuori dai canali istituzionali-sanitari e mediatici, riverberandosi nei rapporti e nelle relazioni sociali, dove esiste una chiara o più velata discriminazione nei confronti dell’anziano, che può essere motivato da ragioni economiche, sociali o commerciali. Addirittura in Giappone, dove gli anziani costituiscono poco meno del 25 % della popolazione, gli anziani vengono spesso discriminati come madao, ossia “vecchio completamente inutile”.

In Emilia Romagna

Dal Rapporto sociale anziani’ elaborato dalla Regione Emilia Romagna e presentato nel corso del convegno emerge che gli over 65enni residenti in Emilia-Romagna all’1 gennaio 2019 superano il milione e rappresentano quindi il 23,9% della popolazione, percentuale che potrebbe salire al 30% nei prossimi 15 anni; di questi, oltre 360mila – i cosiddetti grandi anziani– hanno più di ottant’anni

A questa platea di cittadini si rivolge il Piano d’azione regionale per la popolazione anziana, che mette insieme programmi e interventi specifici a cui lavorano, oltre alle istituzioni, le organizzazioni sindacali e del terzo settore. Avviato nel 2004, è stato concepito come uno strumento d’approccio intersettoriale, per pianificare le politiche pubbliche e del privato sociale a favore della terza età.
Esaminando i dati contenuti nel ‘Rapporto sociale’ sul milione di anziani residenti in regione le province con la maggior incidenza sono Ferrara (27,9%), Ravenna (25,3%), Piacenza (24,8%), Bologna (24,4%) e Forli-Cesena (24,3), seguono Parma (23,2%), Rimini (22,8%), Modena (22,7%) e Reggio Emilia (21,5%), la più giovane. Prevale la componente femminile, che rappresenta il 56,6% dei residenti over 65enni e il 62,3% dei grandi anziani; la presenza di persone anziane nelle famiglie è di oltre una su tre (38%) e più di una famiglia su quattro (26%) è composta interamente da anziani.

10 settembre 2020 Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio

Ripropongo la Conversazione con Diego De Leo
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it

Marzo 2018

Diego de Leo è uno psichiatra di fama internazionale. La sua specialità riguarda lo studio dei comportamenti suicidari, cui ha dedicato l’intera carriera, creando anche la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio (10 settembre di ogni anno), un evento oggi seguito da più di cento nazioni. Professore emerito di psichiatria alla Griffith University di Brisbane, Australia, dove ha lavorato negli ultimi 20 anni dirigendovi l’Australian Institute for Sucide Research and Prevention, De Leo ripropone, a distanza di alcuni anni dalla fortunata prima edizione, una seconda uscita del suo libro “Un’altra vita. Viaggio straordinario nella mente di un suicida” (Alpes Editore, Roma).

Professor De Leo, Lei è abituato a scrivere testi scientifici, come mai questo libro per il grande pubblico?

Perché’ la prevenzione del suicidio riguarda tutti, non solo gli esperti del settore. Volevo quindi cercare di aumentare la conoscenza e la consapevolezza dei lettori sui molti motivi diversi che spingono un individuo a darsi la morte. Per raggiungere questo scopo non intendevo far ricorso al linguaggio tecnico ma usare le parole dei protagonisti delle storie stesse. Il volume raccoglie così una selezione di esperienze umane fortunosamente non conclusesi con la morte del loro interprete principale che nel libro diventa narratore dell’avventura vissuta. Meglio di qualsiasi testo specialistico, queste storie riescono a rappresentare con formidabile immediatezza quell’escalation di avvenimenti ed emozioni che ha portato i soggetti a desiderare di morire.

Dunque è per questo che Lei ha parlato di ‘viaggio straordinario’ nel titolo del libro?

Di suicidio, in genere, si parla poco e male. Quando lo si fa, magari in un articolo di stampa, o si sensazionalizzano le storie o si semplificano all’eccesso, data la difficoltà di fornire un quadro comprensibile del contesto esistenziale della persona suicidatasi. Oppure ci si confronta con il linguaggio scarno del demografo o quello distaccato del medico legale. In questo libro, una serie di persone narra con il linguaggio della vita di tutti i giorni la propria terribile esperienza e la decisione di darsi la morte. Questa poi non è sopraggiunta per ragioni del tutto imprevedibili o fortuite, come può essere miracoloso sopravvivere ad un colpo di arma da fuoco alla testa o alla precipitazione dal terzo piano. È chiaro che queste persone avrebbero potuto morire: il sopravvivere a quella scelta estrema da’ invece loro la forza per ricominciare una vita diversa, un’altra vita, appunto, come indica il titolo del libro. E questo è il messaggio principale del mio volume, e cioè che il desiderio di morire e il tentativo di suicidio rappresentano l’acme di una crisi, passata la quale però si può tornare a vivere, spesso più forti di prima.

E quindi la straordinarietà è data dalla peculiarità delle storie?

Le storie sono estratte dal mio archivio, che ne contiene forse più di duecento. Alcune sono di Australiani, la maggior parte di Italiani. C’è anche la storia di una persona dall’Olanda, paese dove ho fatto il mio dottorato di ricerca e vissuto. Le storie sono state scelte sulla base della loro originalità e ricchezza di contenuti, che spero servano a dimostrare che non tutto è etichettabile come dovuto alla malattia mentale e che il suicidio è un’ipotesi con la quale molti di noi potrebbero essere chiamati a confrontarsi nel corso della vita, qualora le condizioni diventassero troppo difficili per continuare a condurre un’esistenza accettabile. Alla fine di ogni storia c’è un mio breve commento, in modo da costituire una specie di road map per orientare il lettore nella comprensione di quanto descritto dagli autori dei racconti. D’altra parte, per la conoscenza dei comportamenti suicidari, soprattutto quelli fatali – i suicidi – psichiatri e psicologi si avvalgono generalmente di una letteratura scientifica basata quasi esclusivamente sull’uso dell’‘autopsia psicologica’, cioè di quella tecnica che permette di ricostruire attraverso le testimonianze di chi conosceva bene la persona suicidatasi le caratteristiche personologiche, gli eventuali elementi clinici e le circostanze di vita del suicida. È chiaro che questo metodo è basato sulle opinioni di questi ‘sopravvissuti’ (famigliari, congiunti, amici), visto che i morti non parlano, e che il margine di soggettività è quindi molto elevato. In caso di soggetti conducenti vite solitarie, la disponibilità di conoscenti può risultare del tutto assente, per cui l’autopsia psicologica non risulta praticamente realizzabile. Per quanto invece riguarda i comportamenti non fatali, cioè i tentativi di suicidio, esiste il problema di determinare la reale intenzione suicidaria dei soggetti che li hanno effettuati. Generalmente in un affollato Pronto Soccorso ospedaliero non esistono le condizioni favorevoli per un’indagine difficile come quella di capire se un soggetto volesse davvero morire oppure richiamare attenzione su di sé, dormire un po’ di più, scaricare tensione e rabbia, oppure verificare quanto gli altri tenessero realmente a lui/lei. Ecco dunque che disporre di racconti di persone scampate per un soffio a morte certa rappresenta un’opportunità di grande interesse umano e scientifico. Inoltre credo ci sia la possibilità di capire, attraverso le storie, la reale complessità dei fattori che possono determinare una scelta suicidaria, e quindi comprendere come l’etichetta ‘disturbi mentali’ non possa bastare a spiegare il tutto. Tutti noi, prima o dopo nel corso della vita, possiamo essere indotti da circostanze particolarmente avverse a considerare anche l’opzione suicidaria…

Il libro è avvincente e si legge come un thriller. Uno resta sbigottito dalla singolarità delle storie…

Ne sono lieto. D’altra parte il suicidio è la peggiore delle tragedie umane, quindi un tema molto difficile da ‘reggere’; la gente preferirebbe ignorarne l’esistenza o – appunto – saperlo confinato a pochi malati mentali gravi. In realtà la vita può riservarci sorprese di ogni genere cui non sempre siamo in grado di reagire adeguatamente. Le sofferenze che ne derivano possono portare a quel dolore psichico, profondo, che non ci permette di vedere vie d’uscita e che giorno dopo giorno diventa sempre meno sopportabile. Rispetto alla prima edizione, c’è la storia di un ragazzo olandese che si butta sotto il treno ma ne sopravvive con entrambi gli arti inferiori amputati appena sotto il bacino. Poi ci sono tre nuove storie di mamme che hanno dovuto resistere alla morte per suicidio di un loro figlio e quella di una moglie che ha perso il marito. In tutti questi casi si tratta di persone di grande spessore umano, che hanno trovato la forza di sopportare il loro indicibile lutto con attività di volontariato, scrivendo libri sulla loro esperienza o realizzando piece teatrali, come nel caso di Evelina Nazzari, figlia d’arte del grande Amedeo. Le storie di sopravvissuti al suicidio costituiscono la terza parte del volume, anch’essa un messaggio di speranza, dal momento che illustra esempi di come si possa riedificare la propria vita dopo tsunami esistenziali come quelli prodotti dalla morte innaturale di un proprio caro. La prima parte del volume – anch’essa aggiornata – è costituita dalla mia presentazione del tema del suicidio e dalle ragioni che mi hanno indotto a dedicarvi la mia vita.

Un’anticipazione, al riguardo?

Ero ancora uno specializzando di Psichiatria e mi interessavo di ormoni dello stress e di psicosomatica. Il suicidio di un giovane collega mi turbò al punto di cambiarmi la vita (un turning point). Sconvolto dalla consapevolezza di non aver saputo comprendere in alcun modo la sofferenza che doveva albergare nel mio amico, decisi di dedicarmi allo studio delle condotte suicidarie e lo feci con interesse e passione crescenti, data la grande complessità dell’argomento ma anche il suo indubbio fascino (l’unico vero problema filosofico, come ebbe a dire Albert Camus nel suo Mito di Sisifo). Dopo qualche anno riuscii a fondare l’associazione italiana per lo studio e la prevenzione del suicidio, a organizzare servizi clinici e unità di ricerca, la pubblicazione di una rivista, ecc. fino a spenderci l’intera carriera accademica. Oggi dirigo un centro internazionale di ricerca in Slovenia (nazione con un tasso di suicidio quasi triplo di quello italiano) ma soprattutto cerco di aiutare le persone che hanno sofferto la perdita di una persona cara per suicidio o altra causa di morte traumatica, come un incidente stradale o sul lavoro o una catastrofe naturale. De Leo Fund è una onlus che opera da Padova su tutto il territorio nazionale; si avvale dell’aiuto di medici, psicologi e volontari che offrono i propri servizi gratuitamente anche al telefono o via Internet (www.deleofund.org).

Purtroppo le persone spesso fanno fatica a chiedere aiuto, è d’accordo?

Sì, ha ragione. Soprattutto i maschi trovano difficile dimostrare le proprie debolezze e inquietudini.

Eppure è il passo, l’unico, non solo verso l’elaborazione del lutto ma verso la propria salvezza. Perché solo condividendo il dolore si riesce a trasformarlo. E nella trasformazione del dolore si scopre la bellezza della vita, si capisce perché sia fondamentale prendersene cura. Comprensione alla quale nel mio libro arrivano tutti i protagonisti che ruotano attorno a quel finale senza tragico esito, ovvero tutti quelli che, decisi a compiere il passo senza ritorno, si trovano invece miracolosamente graziati da questa tragica scelta.

Come se ne esce, quindi?

Come dicevo all’inizio, la prevenzione del suicidio è un problema che deve riguardare tutti. Parlare di suicidio, nel modo giusto, aumenta la consapevolezza del problema e combatte lo stigma che ancora lo circonda. Una delle conseguenze più nefaste della stigmatizzazione è la sua capacità di interferire con la richiesta d’aiuto. La società non può rimanere indifferente a questi aspetti. Chi è lasciato solo a gestire le conseguenze delle proprie tragedie si ammala o si da’ la morte. Dobbiamo aiutarci tutti. È molto difficile dare un senso alla propria esistenza soprattutto per chi non ha fede in alcuna religione; trovo che dare una mano a chi soffre aiuti molto a rendere la vita degna di essere vissuta.

  (  Doriano Fasoli)

Paternità

Un bravo padre …” dovrebbe proteggere l’unione speciale tra madre e bambino, alternarsi con lei  nelle cure primarie, tollerando poi di restarne estromesso, rintuzzando in se stesso i sentimenti di invidia e gelosia. Progressivamente, dovrebbe introdurre nella coppia fusionale di mamma e figlio il seme delicato del distacco e della separazione durante le varie tappe della crescita: l’addormentamento nel lettino, lo svezzamento, l’andata a scuola, l’incontro con i compagni e lo sport…. Nel contempo , dovrebbe attrarre la compagna, sedurla alla sessualità, reclamare anche per sé uno spazio di attenzione e affetti….”

“Il padre materno” S. Argentieri