Quali sono le cause dello stress?

Lo stress è una risposta psicofisica che l’organismo mette in atto in risposta a compiti che sono valutati dall’individuo come eccessivi: questo significa che un evento stressante per qualcuno potrebbe non esserlo per altri e che uno stesso evento in fasi di vita diverse può risultare più o meno stressante. È tuttavia utile individuare alcuni fattori che risultano tipicamente stressanti per la maggior parte delle persone. Molti dei grandi eventi della vita possono risultare stressanti, sia eventi piacevoli come il matrimonio, la nascita di un figlio o un nuovo lavoro, sia quelli spiacevoli come la morte di una persona cara, una separazione o il pensionamento. Accanto a questi eventi possiamo identificare come fonti frequenti di stress alcuni fattori fisici: il freddo o il caldo intensi, l’abuso di alcol o il fumo, ma anche serie limitazioni nei movimenti. Esistono inoltre fattori ambientali che ci espongono al rischio di stress, pensiamo ad esempio alla mancanza di un’abitazione, agli ambienti molto rumorosi, a livelli di inquinamento elevati. Ricordiamo, infine, le malattie organiche e gli eventi straordinari quali i cataclismi.

I sintomi dello stress

Ci capita spesso di dire che siamo ‘stressati’ ma non tutti i sintomi sono facili da individuare e possiamo sottovalutare il problema. Pur essendo difficile fornire un elenco esaustivo di tutti i sintomi dello stress, è utile individuare i più frequenti. Si individuano quattro categorie di sintomi da stress:
sintomi fisici: mal di testa, mal di schiena, indigestione, tensione nel collo e nelle spalle, dolore allo stomaco, tachicardia, sudorazione delle mani, extrasistole, agitazione, problemi di sonno, stanchezza, capogiri, perdita di appetito, problemi sessuali, fischi alle orecchie;
sintomi comportamentali: digrignare i denti, alimentazione compulsiva, più frequente assunzione di alcolici, atteggiamento critico verso gli altri, comportamenti prepotenti, difficoltà a portare a termine i compiti;
sintomi emozionali: tensione, rabbia, nervosismo, ansia, pianto frequente, infelicità, senso di impotenza, predisposizione ad agitarsi o sentirsi sconvolti;
sintomi cognitivi: difficoltà a pensare in maniera chiara, problemi nella presa di decisione, distrazione, preoccupazione costante, perdita del senso dell’umorismo, mancanza di creatività.

Stress: un po’ di storia

Un punto di partenza nella ricerca sullo stress in ambito medico può essere individuato nei lavori di Hans Selye, un medico austriaco che, dalla metà degli anni Trenta del secolo scorso, iniziò a lavorare su questo tema presso l’Università di Montreal. Come riporta lo stesso Selye (1976) fu un esperimento condotto su alcuni topi alla ricerca di un nuovo ormone a indicare un’interessante linea di indagine. Indipendentemente dalla sostanza tossica iniettata, i topi mostravano tutti la stessa reazione: ispessimento della corteccia surrenale, riduzione del timo e ulcere sanguinanti nello stomaco e nell’intestino.

Selye conosceva i lavori del fisiologo Walter Cannon, che dagli anni Venti aveva lavorato sul concetto di omeostasi e sulla risposta d’allarme presso l’Università di Harvard. Dinnanzi ad un pericolo l’organismo ha una reazione di allarme che ha la funzione di preparare il soggetto ad una rapida azione offensiva o difensiva, fondamentale per la sopravvivenza. Cannon (1929) studiò e descrisse quella che è nota con il nome di flight or fight reaction: uno stato di sovraeccitazione innescato dall’attivazione del sistema nervoso autonomo in seguito alla rilevazione di un pericolo nell’ambiente esterno. Questa reazione di allarme è comune a uomini e animali e ha un forte valore evolutivo, poiché permette al soggetto di attivare una serie di risorse che possono risultare vitali in situazioni di pericolo.

Selye aveva studiato questo testo, ma riteneva che la fase di allarme non fosse sufficiente per rendere conto di un processo in realtà più articolato. Studiando i suoi topi in laboratorio il medico descrisse un ciclo che è noto come ‘sindrome generale di adattamento’ (Selye, 1974). La prima risposta ad un evento esterno stressante (che chiamò stressor) costituisce quella che propriamente si indica come ‘reazione di allarme’. Se lo stressor non è sufficientemente potente da risultare incompatibile con la sopravvivenza dell’organismo, ma al tempo stesso è prolungato, si innesca una seconda fase che si definisce di ‘resistenza’ e che, a livello di attivazione dell’organismo, coincide con risposte diverse e per alcuni versi opposte rispetto alla reazione di allarme. Tuttavia questa fase non può essere protratta a lungo: se lo stressor continua ad essere presente in modo intenso, si innesca la fase di esaurimento – le risorse a disposizione dell’organismo sono limitate e ad un certo punto si esauriscono (Selye, 1976).

La sindrome generale di adattamento negli esseri umani è un fenomeno di gran lunga più complesso di quello osservabile negli animali. Se nel regno animale la reazione di allarme è innescata dalla presenza di un predatore o da qualche minaccia concreta per la vita o per lo status nel gruppo del singolo, gli uomini tendono a reagire in questo modo anche se nessun pericolo reale è presente. Tra gli esseri umani, lo stress rappresenta una questione importante, che non si esaurisce in una reazione naturale ad un pericolo concreto: soprattutto nelle società occidentali moderne, questo utile strumento può diventare un modo di vivere dannoso, portando con sé difficoltà non indifferenti.

Che cos’è lo stress?

Lo stress è una risposta psicofisica a compiti anche molto diversi tra loro, di natura emotiva, cognitiva o sociale, che la persona percepisce come eccessivi. Fu Selye il primo a parlare di stress, definendolo come una

risposta aspecifica dell’organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso (Selye, 1976).

In base alla durata dell’evento stressante è possibile distinguere due categorie di stress: se lo stimolo si verifica una volta sola e ha una durata limitata si parla di ‘stress acuto’, se invece la fonte di stress permane nel tempo si utilizza l’espressione ‘stress cronico’. Lo stress cronico propriamente detto dura a lungo, investe diverse sfere di vita e costituisce un ostacolo al perseguimento degli obiettivi personali. Si definisce, infine, ‘stress cronico intermittente’ un quadro di attivazione da stress che si presenta ad intervalli regolari, con una durata limitata e un buon livello di prevedibilità. Accanto alla distinzione sulla base della durata è possibile individuare due categorie sulla base della natura degli eventi stressanti. In molti casi gli stressor sono nocivi e possono portare ad un abbassamento delle difese immunitarie – si parla quindi di distress. In altri casi, invece, gli stressor sono benefici, poiché favoriscono una maggior vitalità dell’organismo – si utilizza in questo caso l’espressione eustress.

Dai pediatri americani le nuove linee guida per l’uso degli schermi

A fine 2016 sono state rese pubbliche le nuove linee guida dell’American Academy of Pediatrics su tempo e modi con cui i bambini possono stare davanti agli schermi di televisione, computer, tablet e smartphone.

Le prime linee guida in relazione al cosiddetto “screen time” erano state redatte nel 2011. Erano granitiche e fortemente restrittive: nessuno schermo prima dei 2 anni e un’esposizione di massimo 2 ore al giorno per i bambini più grandi. Di fronte ai rapidi cambiamenti tecnologici in atto e in seguito alla rapida diffusione degli schermi touch (anche nelle famiglie), nell’ottobre 2015 i pediatri americani sentirono la necessità di cambiare la loro posizione in favore di una maggiore articolazione e pubblicarono quindi sulla rivista ufficiale dell’associazione un articolo intitolato “Beyond ‘turn it off’: How to advise families on media use”. Con questo intervento rimettevano in discussione le limitazioni al tempo-schermo precedentemente stabilite, dispensando consigli dettati in larga parte dal buonsenso, oltre che dall’evidenza scientifica, e dando enfasi alla qualità dei contenuti proposti e alla condivisione dell’esperienza di visione/utilizzo. Alla base del processo di apprendimento e della maturazione di importati skill del bambino, come l’empatia, il pensiero creativo, il controllo delle emozioni, c’è sempre infatti l’interazione reale con l’altro.

In quell’occasione era stata promessa la pubblicazione di nuove linee guida ufficiali, che sostituissero le precedenti.

Le linee guida 2016 per il tempo schermo dei bambini

  • Bambini fino ai 18 mesi: evitare l’utilizzo degli schermi, anche per videochiamate. I genitori di bambini tra i 18 e i 24 mesi che volessero introdurre ai propri bambini gli schermi digitali dovrebbero scegliere programmi e app di alta qualitàcondividendo l’esperienza di utilizzo e visione con i propri piccoli per spiegare loro cosa stanno vedendo. In generale, non avere fretta di introdurre la tecnologia ai bambini: il suo utilizzo è ormai così intuitivo, che in pochissimo tempo, al momento giusto, impareranno ad usarla.
  • Bambini dai 2 ai 5 anni: limitare l’esposizione agli schermi a un’ora al giorno, scegliendo programmi e app di alta qualità (come quelli di Sesame Street), che possano per esempio migliorare le competenze linguistiche. Sfortunatamente, rileva l’AAP, molte delle app definite “educative” negli appstore non coinvolgono nella loro progettazione veri specialisti o figure accademiche e non sono pensate per un utilizzo condiviso, per esempio tra genitore e figlio, prediligendo piuttosto l’uso in autonomia. Spesso gli ebook (o app narrative) pensate per i più piccoli presentano interazioni che più che aumentare l’esperienza di lettura introducono elementi di distrazione, quindi anche in questo caso è bene valutare i titoli che si sottopongono ai bambini. Anche in questa fascia d’età è consigliabile affiancare i bambini mentre utilizzano i media, per aiutarli a capire cosa stanno vedendo.
  • Bambini oltre i 6 anni: dare limitazioni chiare al tempo speso davanti agli schermi, anche a seconda del tipo di medium utilizzato, assicurandosi che il tempo schermo non tolga spazio ed energie ad altre attività che il bambino deve svolgere nel corso della giornata (giocare, studiare, dormire…) e che non inneschi abitudini poco salutari. Ancora una volta viene ribadito: “Content is crucial”, soprattutto quando si parla di programmi televisivi.
    Stabilire insieme i momenti media-free, come quelli dei pasti o della guida in auto, così come zone media-free della casa (le camere da letto, per esempio).
    Tenere aperta la comunicazione con i propri figli sui temi della sicurezza, anche online, e dei comportamenti nella sfera digitale.
  • I genitori: non lasciare la televisione accesa senza che nessuno la guardi, crea inutili interferenze mentre i bambini giocano o mentre interagiscono con i genitori o fra di loro.
    Un utilizzo massiccio dei device digitali da parte dei genitori rischia di ridurre le interazioni in famiglia, sia verbali che affettive. E dal momento che l’esempio dei genitori è sempre fondamentale nell’educazione dei figli, è bene che anche il rapporto degli adulti con tali strumenti sia ponderato e consapevole.

Città Age Friendly: come?

Parliamo di invecchiamento attivo

Una città age-friendly consentirebbe alle persone anziane di partecipare attivamente alla vita della propria comunità, favorendo un invecchiamento attivo
Secondo l’OMS per favorire l’ invecchiamento attivo e l’inclusione sociale delle persone anziane bisognerebbe puntare alla trasformazione delle città in città age-friendly: ciò consentirebbe alle persone di ogni età di partecipare attivamente alla vita della propria comunità e a rimanere attive durante l’ invecchiamento.

Invecchiamento attivo: non più spettatori della vita che passa

L’allungamento dell’aspettativa di vita ha determinato un cambiamento nel modo in cui l’anziano viene considerato all’interno della società: non più passivo spettatore della vita che passa ma protagonista attivo.Per definire questa nuova categoria l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, 2002) ha coniato il termine: invecchiamento attivo, cioè “il processo di ottimizzazione delle opportunità di salute, partecipazione e sicurezza” per migliorare la qualità di vita delle persone che invecchiano. Il termine “attivo” non si riferisce esclusivamente all’importanza di mantenersi fisicamente attivi, ma riflette la rilevanza del coinvolgimento in attività produttive, al mantenimento di un impegno sociale, culturale e civico.

In ambito gerontologico vi è la profonda convinzione che l’ambiente in cui l’anziano vive possa fortemente impattare sulla sua vita (Lawton & Nahemow, 1973). Le ricerche in tal senso si sono focalizzate primariamente sullo studio dei contesti istituzionali e domestici. Recentemente l’interesse si è rivolto anche ai macro contesti, come i quartieri, le comunità, le regioni o le località urbane-rurali.

Ambienti e città age-friendly: migliorare la vita delle persone più fragili

Secondo l’OMS per favorire l’ invecchiamento attivo e l’inclusione sociale delle persone anziane bisognerebbe rendere il mondo in cui viviamo più età-solidale e creare città age- friendly. Ciò consentirebbe alle persone di ogni età di partecipare attivamente alla vita della propria comunità, favorendo i rapporti sociali; aiuterebbe le persone a rimanere attive e in salute durante il loro invecchiamento e fornirebbe un sostegno adeguato alle persone che non possono più prendersi cura di sé.

Una città age- friendly, inoltre, non risponde soltanto alle esigenze della popolazione anziana ma di tutte le persone più fragili. Costruire edifici e strade senza barriere architettoniche consente e migliora gli spostamenti e l’indipendenza delle persone disabili, giovani e anziane. Un vicinato sicuro consente ai bambini, alle giovani donne e alle persone anziane di muoversi con sicurezza e di partecipare così alle attività sociali. Per di più, le famiglie delle persone anziane vivono uno stress minore nel momento in cui sanno di poter contare sui servizi sanitari di cui hanno bisogno e sul supporto della propria comunità.

Città age-friendly per favorire l’ invecchiamento attivo

Nel 2006 l’OMS lancia l’iniziativa Città Age-friendly (Age-Friendly Cities), per rispondere alle esigenze di una popolazione che invecchia. L’iniziativa, che ha avuto inizio con un’analisi preliminare di varie città del mondo, ha valutato le strutture e i servizi che rendono una città adatta per la popolazione anziana.

All’interno di tale programma sono stati individuati gli elementi chiave dell’ambiente urbano che supportano l’ invecchiamento attivo e in salute. La ricerca, condotta in 33 città usando un approccio partecipativo, ha confermato l’importanza per le persone anziane dell’accessibilità ai trasporti pubblici, agli spazi esterni e agli edifici, nonché la necessità di un alloggio adeguato, il sostegno della comunità e dei servizi sanitari. Ma ha anche evidenziato la necessità di promuovere quei rapporti che permettono alle persone anziane di essere membri attivi della società, per superare i pregiudizi sull’ invecchiamento e per fornire maggiori opportunità di partecipazione civica e di occupazione.

In seguito alla raccolta e all’analisi dei dati, l’OMS ha costituito un network di città age-friendly con un duplice obiettivo: da un lato, permettere lo scambio di informazioni tra le città, accelerando la loro trasformazione in comunità a misura di anziano, e dall’altro, fornire indicazioni per sviluppare politiche su questo tema anche a livello regionale e nazionale.

( M.Aricò State of mind)

Paternità

Un bravo padre …” dovrebbe proteggere l’unione speciale tra madre e bambino, alternarsi con lei  nelle cure primarie, tollerando poi di restarne estromesso, rintuzzando in se stesso i sentimenti di invidia e gelosia. Progressivamente, dovrebbe introdurre nella coppia fusionale di mamma e figlio il seme delicato del distacco e della separazione durante le varie tappe della crescita: l’addormentamento nel lettino, lo svezzamento, l’andata a scuola, l’incontro con i compagni e lo sport…. Nel contempo , dovrebbe attrarre la compagna, sedurla alla sessualità, reclamare anche per sé uno spazio di attenzione e affetti….”

“Il padre materno” S. Argentieri

Psicologia dell’abitare:Harry Mallgrave

 

Harry Francis Mallgrave

L’empatia degli spazi. Architettura e neuroscienze

Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015

Le informazioni che possiamo acquisire sul molteplice aspetto della realta passano attraverso la percezione sensoriale che il nostro corpo ha dell’esterno. La relazione fra il corpo e l’architettura e proprio il tema centrale intorno al quale si snoda il libro di Harry Francis Mallgrave che, in quanto pioniere degli studi sull’applicazione delle neuroscienze alla teoria architettonica, svela attraverso l’empatia degli spazi la potenza e la forza del corpo nel costruire le forme della realta.

La dimensione spaziale, definita da elementi che attraverso la loro composizione formale e materica trasmettono infinite informazioni all’occhio, rappresenta in questo libro l’alter ego del pensiero, la possibile realta che prende forma attraverso le rielaborazioni cerebrali: <<[…] l’organismo e l’ambiente sono complementari e reciproci nella loro relazione e la percezione e un’attiva estrazione di invarianti o configurazioni che comporta sempre la percezione del se. Si tratta quindi di una psicologia del realismo incarnato in cui l’ambiente culturale non puo essere separato da quello naturale>>.

Mallgrave concepisce l’architettura come una pratica che prende corpo attraverso l’esperienza emotiva, afferma, infatti, nell’introduzione: <<Il corpo e le sue funzioni non possono piU essere distinti da una mente priva di materia e spazio, che si pensava agisse razionalmente sui nostri eventi corporei o sensoriali […] il nostro corpo e le sue basi emotive, tanto a livello cosciente quanto a quello preconscio, modellano il modo in cui pensiamo o ci impegniamo attivamente nel mondo, e nelle nostre culture urbane tale modellazione avviene generalmente in un ambiente costruito da un architetto>>.

La struttura del testo permette di leggere trasversalmente il tema dell’architettura attraverso la sua declinazione nei meandri della filosofia, della psicologia, della biologia, delle neuroscienze e dell’antropologia. Mallgrave fa convergere queste tematiche nell’idea dell’interpretazione per la conoscenza degli spazi, della riflessione dell’io-soggetto nel mondo esterno attraverso lo ‘schermo’ della percezione: <<Il fatto che le tecniche di visualizzazione cerebrale possano catturare sullo schermo i ‘brividi lungo la schiena’ che potrebbero verificarsi durante l’ascolto di un improvviso di Schubert o l’ingresso in una cattedrale medievale indica che vi sono molte possibilita in tal senso.

Perlomeno queste intuizioni forniscono un’idea del pensiero creativo e di come meglio possiamo tenere conto delle nostre abilita in continua evoluzione nell’ambiente che ci circonda>>.

 

 

Hikikomori: di cosa si tratta?

 

Hanno tra i 14 e i 25 anni e non studiano né lavorano. Non hanno amici e trascorrono gran parte della giornata nella loro camera. A stento parlano con genitori e parenti. Dormono durante il giorno e vivono di notte per evitare qualsiasi confronto con il mondo esterno. Si rifugiano tra i meandri della Rete e dei social network con profili fittizi, unico contatto con la società che hanno abbandonato. Li chiamano hikikomori, termine giapponese che significa “stare in disparte”. Nel Paese del Sol Levante hanno da poco raggiunto la preoccupante cifra di un milione di casi, ma è sbagliato considerarlo un fenomeno limitato soltanto ai confini giapponesi.“E’ un male che affligge tutte le economie sviluppate – spiega Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, la prima associazione nazionale di informazione e supporto sul tema – Le aspettative di realizzazione sociale sono una spada di Damocle per tutte le nuove generazioni degli anni Duemila: c’è chi riesce a sopportare la pressione della competizione scolastica e lavorativa e chi, invece, molla tutto e decide di auto-escludersi”.Le ultime stime parlano di 100mila casi italiani di hikikomori, un esercito di reclusi che chiede aiuto. Un numero che è destinato ad aumentare se non si riuscirà a dare al fenomeno una precisa collocazione clinica e sociale.

Un fenomeno dai contorni ancora poco chiari

Hikikomori Italia

Associazioni come Hikikomori Italia ormai da anni stanno facendo il possibile per sensibilizzare l’opinione pubblica intorno ad un disagio che viene troppo spesso confuso con l’inettitudine e la mancanza di iniziativa delle nuove generazioni. Un equivoco che ha trovato terreno fertile nel dibattito politico, legislatura dopo legislatura, fornendo stereotipi come “bamboccioni”, definizione coniata nel 2007 dall’allora ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, o “giovani italiani choosy” (schizzinosi) dell’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero, fino ad arrivare al mare magnum dell’acronimo Neet, i ragazzi “senza studio né lavoro”, che secondo un sondaggio dell’Università Cattolica del 2017 sarebbero 2 milioni in tutta la Penisola.Anche dal punto di vista medico l’hikikomori soffre di una classificazione nebulosa. Nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), la “Bibbia” della psichiatria, è ancora iscritto come sindrome culturale giapponese: un’imprecisione che tende a sottostimare la minaccia del disagio nel resto del mondo e che crea pericolose conseguenze.“Molto spesso viene confuso con sindromi depressive e nei peggiori casi al ragazzo viene affibbiata l’etichetta della dipendenza da internet” – spiega Crepaldi – Una diagnosi di questo genere normalmente porta all’allontanamento forzato da qualsiasi dispositivo elettronico, eliminando, di fatto, l’unica fonte di comunicazione con il mondo esterno per il malato: una condanna per un ragazzo hikikomori”.

Come si diventa hikikomori?

L’ambiente scolastico è un luogo vissuto con particolare sofferenza dagli hikikomori, non a caso la maggior parte di loro propende per l’isolamento forzato proprio durante gli anni delle medie e delle superiori. E’ in questo periodo che di solito si verifica il cosiddetto “fattore precipitante”, ovvero l’evento chiave che dà il via al graduale allontanamento da amici e familiari. Può essere un episodio di bullismo o un brutto voto a scuola, ad esempio.“Un avvenimento innocuo agli occhi delle altre persone, ma che contestualizzato all’interno di un quadro psicologico fragile e vulnerabile, assume un’importanza estremamente rilevante – spiega Crepaldi – E’ la prima fase dell’hikikomori: il ragazzo comincia a saltare giorni di scuola utilizzando scuse di qualsiasi genere, abbandona tutte le attività sportive, inverte il ritmo sonno-veglia e si dedica a monotoni appuntamenti solitari come il consumo sregolato di serie TV e videogames”.

E’ fondamentale intervenire proprio in questo primo stadio del disturbo, quando si manifestano i primi campanelli di allarme. In questa fase i genitori e gli insegnanti rivestono un ruolo cruciale in chiave prevenzione: indagare a fondo sulle motivazioni intime del disagio e, nel caso, cercare in breve tempo il supporto di un professionista esterno può evitare il passaggio ad una fase più critica, che richiederebbe un intervento lungo potenzialmente anche anni.

Italia e Giappone: due facce della stessa medaglia

È innegabile che la cultura giapponese sia storicamente caratterizzata da una serie di fattori che aumentano la portata del fenomeno, tanto da poter già parlare di due generazioni di hikikomori, la prima sviluppatasi negli anni Ottanta. Il sistema sociale e scolastico ultra competitivo e il ruolo della figura paterna spesso assente a causa di orari di lavoro estenuanti sono alla base di aspettative opprimenti, spesso non realizzate. Seppur con le dovute proporzioni anche in Italia le pressioni sociali sono molto forti. Determinanti fin dai primi casi di hikikomori diagnosticati nel 2007, sono il calo delle nascite con il conseguente aumento dei figli unici, di norma sottoposti a pressioni maggiori, la crisi economica che rende più lontano l’ingresso (reale) nel mondo del lavoro e l’esplosione della cultura dell’immagine, esasperata dalla diffusione capillare dei social network.

In Italia la sindrome non colpisce solo i maschi, come avviene in Giappone, ma riguarda anche un discreto numero di hikikomori-femmine, con un rapporto di 70 a 30. “Per una questione culturale le famiglie considerano, tuttavia, la reclusione della figlia come un problema minore – spiega Crepaldi – Probabilmente perché la vedono come una futura casalinga o sperano che un domani si sposi ed esca di casa”.All’interno del contesto italiano, ci sono poi differenze addirittura tra una regione e l’altra: gli hikikomori del Nord Italia hanno, infatti, delle caratteristiche diverse rispetto a quelli del Sud Italia. Proprio per questo il sito di Hikikomori Italia mette a disposizione chat regionali, in cui i ragazzi possono discutere dei problemi con i loro conterranei affetti dalla stessa sindrome.C’è un’unica regola all’interno della chat: chi ci entra non è costretto ad interagire, ma è gradita una breve presentazione. Chi non la rispetta, viene “bannato”. Per chi vuole raccontare la propria storia c’è anche il Forum, aperto sia ai ragazzi che ai genitori: un mondo parallelo, silenzioso, impalpabile. Una bacheca di richieste di aiuto e di sofferenza, ma anche di storie a lieto fine. Come quella di Luca, 25 anni:

“Il giorno e la notte erano identici, dormivo quando avevo voglia, mangiavo quando avevo voglia. Ho perso tutti gli amici e lo schermo era uno “stargate” per un altro universo. Il tempo si dilatava quando cliccavo sulla tastiera e non volevo mai smettere. Quando dovevo lavarmi fremevo sotto la doccia per rimettermi a giocare. 
Ho passato così più di due anni giocando a Wow [World of Warcraft, un videogioco di strategia ndr] in totale isolamento. Non riuscivo neanche più a camminare. Tutto questo è successo senza che mia madre si accorgesse di nulla: lavorava dalle 8 alle 17 e io facevo finta di andare a scuola. Non avevo più voglia di tornarci. Troppa pressione.
L’isolamento è una battaglia che alla fine diventa una cura. Cresceva dentro di me come un’onda, lentamente, fino al momento in cui tutto iniziava a darmi fastidio, non sopportavo cosa facevo, non sopportavo chi ero.
Oggi ne sono fuori, vivo all’estero e ho una fidanzata bellissima. Sono o sono stato un hikikomori? Non lo so, ma quello che so è che la forza per combattere quel demone sta e risiede solo dentro di voi, nessuno vi può aiutare, nella taverna di qualche montagna virtuale dove voi stessi vi siete persi, con la sensazione di pace che vi avvolge la mente. L’unico consiglio che mi sento di darvi è: scappate da quel computer”.

Crisi della fertilità, hikikomori e karoshi: tre piaghe sociali del Giappone. Guarda il video

del SUICIDIO… 3 – quali cause?

Nei due articoli precedenti abbiamo detto che l’individuo sperimenta uno stato di costrizione psicologica, una visione tunnel, un restringimento delle soluzioni normalmente disponibili. Emerge il pensiero dicotomico, ossia il restringimento del range delle opzioni a due soli rimedi (veramente pochi per un range): avere una soluzione specifica o totale (quasi magica) oppure la cessazione (suicidio). Il suicidio è meglio comprensibile non come desiderio di morte, ma in termini di cessazione del flusso delle idee, come la completa cessazione del proprio stato di coscienza e dunque risoluzione del dolore psicologico insopportabile (Pompili, 2008b). Quindi, in questi termini, il suicidio si configura come la soluzione perfetta per le angosce insopportabili della vita.

Secondo Shneidman (1996) ci sono degli ELEMENTI  che sono presenti in almeno il 95% dei soggetti suicidi; egli li chiama Commonalities of Suicide:

  1. Lo scopo del suicidio è trovare una soluzione; non si tratta mai di un atto privo di fine. Si riferisce invece al voler uscire da una crisi, da una situazione insopportabile che genera il dolore psicologico;
  2. Il fine del suicidio è quello della cessazione della coscienza. Si può meglio comprendere il suicidio se lo si considera come un atto che abolisce la coscienza dell’individuo dove alberga il dolore mentale insopportabile e perciò si propone come la migliore soluzione per l’individuo. È questa la miscela esplosiva per il suicidio, ossia il momento in cui l’individuo, abbandonate altre possibilità di soluzione, inizia l’organizzazione dell’atto letale;
  3. Lo stimolo al suicidio è il dolore psicologico. Se la cessazione è ciò che l’individuo cerca di ottenere, il dolore psicologico è ciò da cui l’individuo cerca di fuggire. Nei suicidi si ritrova, ad un’attenta analisi, la combinazione tra volere la cessazione della coscienza e l’allontanamento dal dolore psicologico insopportabile. Il suicidio non esita mai dai momenti felici. I pazienti descrivono tale dolore in molti modi come:

    1. “Sono morto dentro,“Sentivo un dolore fortissimo dentro”; “Sentivo onde di dolore propagarsi nel mio corpo”. Il suicidio è una risposta ad appannaggio esclusivo dell’uomo nei confronti di un dolore psicologico estremo. Se si riduce il livello di sofferenza il suicidio non si verifica;
    2. Lo stressor comune nei suicidi si riferisce ai bisogni psicologici insoddisfatti. Paradossalmente, il soggetto suicida tenta la carta del suicidio per soddisfare bisogni psicologici vitali rimasti frustrati. Questo porta nuovamamente a concludere che possono esserci molte morti nelle quali manca la motivazione del soggetto (incidenti, morti naturali), ma ogni suicidio riflette alcuni bisogni psicologici non soddisfatti;
    3. Lo stato emotivo dei soggetti suicidi è riferibile all’hopelessness-helplessness. Questi soggetti affermano “Non c’è nulla che io possa fare (oltre al suicidio) e non c’è nessuno che possa aiutarmi (con il dolore che sto soffrendo);
    4. Lo stato cognitivo tipico del soggetto suicida è l’ambivalenza. I soggetti suicidi sono caratterizzati dall’ambivalenza tra la vita e la morte fino al compimento dell’atto letale. Sebbene si apprestino alla morte desiderano ardentemente essere salvati;
    5. I soggetti suicidi presentano uno stato di costrizione mentale. Il suicidio può essere compreso come uno stato di costrizione psicologica transitoria che coinvolge le emozioni e l’intelletto. I soggetti suicidi infatti affermano “Non c’era altro che potessi fare”, “L’unica via di uscita era la morte”, “L’unica cosa che potessi fare era uccidermi”. È questa la visione tunnel di cui spesso si parla, nella quale vi è un restringimento del campo delle opzioni disponibili; e nel quale la mente è sintonizzata su due sole possibilità: una soluzione lieta (quasi magica) oppure la cessazione, il suicidio. In questi casi vige la legge del tutto o del nulla.
    6. L’azione tipica dei suicidi è la fuga, un esodo da qualcosa di angosciante;
    7. L’atto interpersonale tipico dei soggetti suicidi è la comunicazione dell’intenzione. Dalle prime autopsie psicologiche è emerso che nelle morti equivoche, poi classificate come suicidi, veniva comunicato l’intento suicidario in modo più o meno esplicito. Questi soggetti, piuttosto che comunicare ostilità, rabbia o depressione, comunicavano verbalmente o con il loro comportamento il fatto che si sarebbero uccisi;
    8. I pattern del suicidio sono assimilabili agli schemi adattativi della vita dell’individuo suicida. In altre parole, osservando come una certa persona si è comportata in altri momenti difficili della propria vita si può prevedere come quella persona si approcci al suicidio. Probabilmente durante altre difficoltà quella persona ha sperimentato la tendenza al pensiero dicotomico e alla fuga dal dolore. Sebbene il suicidio, per definizione, sia un evento mai sperimentato in precedenza, possiamo indagare la mente dei soggetti nei confronti del gesto letale analizzando lutti, separazioni, perdite di vario genere.

    Il suicidio ha portato via milioni di vite nel corso dei secoli e la sua comprensione rimane ancora parziale. Abbiamo però oggi un bagaglio di conoscenze che ci permettono di approcciarci ad una prevenzione concreta. La corretta gestione del soggetto in crisi da parte dei curanti pone le basi per un’effettiva prevenzione.

    Sebbene esista una chiara associazione tra disturbo psichatrico e suicidio è vero anche il contrario. Molti soggetti non sono depressi in senso stretto; sono tristi, angosciati per un problema che ai loro occhi non ha soluzione. Etichettarli precocemente come affetti da depressione li destina ad un percorso nel quale il rischio di suicidio  è solo marginalmente affrontato. Il suicidio non dovrebbe mai essere considerato un sintomo di un certo disturbo psichiatrico, piuttosto una dimensione frequentemente associata alle problematiche psichiatriche.

    Spesso l’enfasi non è tanto sulle emozioni negative degli individui suicidari e sulla possibilitá di ascoltare il loro dolore e dunque aiutarli. Si preferisce invece gestire un certo disturbo per il quale i protocolli indicano una precisa terapia, sicuri di agire anche contro il suicidio. Una visione fenomenologica del suicidio è invece auspicabile per meglio comprendere la vergogna, la colpa, l’abbandono, la disforia e il sentimento di disperazione (hopelessness).

    Probabilmente, eseguendo un’indagine ad hoc sul suicidio e sottolineando il ruolo delle emozioni negative si puó fare di piú.

    Dovremmo essere empatici e “risuonare” con il dolore mentale del paziente considerando “l’unicitá” della sua sofferenza. Ogni sforzo dovrebbe essere fatto per cambiare anche di poco il dolore da ‘intollerabile’ e ‘insopportabile’ a ‘quasi sopportabile’ e ‘tutto sommato sopportabile’; nel far questo l’enfasi dovrebbe essere sui bisogni psicologici frustrati dai quali origina la sofferenza del soggetto a rischio.

                                                                                                                             (da M.Pompili)

  4. fibro