6 mesi di lockdown e ora rientro a scuola…e adesso?

Adesso  dovremo reimpostare nuovi ritmi di vita quotidiana e rispettare i ruoli: genitore, studente, insegnante, ecc…

Una riflessione sull’uso della DAD -didattica a distanza- può essere utile. Se è vero che i bambini e ragazzi sono abituati a utilizzare liberamente e in maniera competente le tecnologie, è altrettanto vero che il loro utilizzo è sempre stato riservato a momenti di svago e divertimento. La DAD ha portato tutti noi , gli studenti in primis, a riconsiderare  e ripensare l’utilizzo degli strumenti tecnologici: un’operazione complessa che , insieme al mantenere viva la concentrazione, ha portato impegno in più. Inoltre, l’utilizzo massivo di questi strumenti ha attivato un dialogo legato proprio al loro utilizzo eccessivo  e scorretto, all’utilizzo dei social aprendo una problematica che dovrà essere sviscerata e gestita.

Ma cosa possono fare i genitori?

Certamente in questo periodo il loro ruolo assume un’importanza fondamentale per ridurre lo stress psicologico che potrebbe riguardare i loro figli

Ma come fare?

La strutturazione, già prima dell’ìinizio scuola, di una routine giornaliera che richiami quella precedente a quella adottata nel periodo di lockdown potrebbe essere un primo passo riportando dentro la vita familiare dinamiche relazionali utili .

Ma anche rivedendo e ripensando cosa cambiare… Questo è un momento ideale per reimpostare abitudini, dinamiche e routine familiari ,non solo ripensando al prima lockdown ma anche al futuro… Come fossimo tutti primini e primine, al primo giorno di scuola o d’asilo , potremmo affacciarci a un  nuovo periodo con pensieri nuovi su come vorremmo d’ora in poi la nostra quotidianità. Certi che avremo bisogno di una fase di adattamento  dove mascherine, distanza, banchi singoli, entrate e uscite differenziate, triage ricopriranno un ruolo importante con il quale dovremo diventare familiari . Per andare avanti.

Non vedere solo la parte drammatica e patologica di questa nuova ripartenza sarà la chiave per ripartire davvero.  Imparare a conviverci sarà necessario. Possiamo incominciare dal ritornare a praticare le abitudini precedenti la chiusura forzata , utilizzando le necessarie precauzioni.

Mettersi in discussione, come genitori, non rivela debolezza ma al contrario, capacità riflessiva , di pensare e ripensare il nostro presente e, attraverso esso, il futuro. Gruppi di discussione, associazioni di genitori possono essere un luogo utile per scambiare pensieri ed opinioni in materia. E anche per parlare dei conflitti generazionali genitori/figli che la forzata convivenza in casa hanno spesso esasperato .

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Non c’è un genitore giusto o sbagliato né un decalogo di regole che ci assicura di non sbagliare. Parlarne ci aiuta a conoscerci meglio, ad ascoltare le opinioni e le idee altrui e a meglio conoscerei nostri figli. Non ultimo ad attrezzarci meglio.

Rientro a scuola, previsto supporto psicologico per personale e studenti

L’epidemia e il conseguente lockdown che ha chiuso in casa milioni di ragazzi e lavoratori, hanno inevitabilmente avuto delle ripercussioni psicologiche sulle persone coinvolte.

Per questa ragione, nel Protocollo di sicurezza siglato il 6 agosto, viene posta attenzione anche alla salute e al supporto psicologico per il personale scolastico e per gli studenti, quale misura di prevenzione precauzionale indispensabile per una corretta gestione dell’anno scolastico.

Sulla base di una Convenzione tra Ministero dell’Istruzione e il Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi, si promuove così un sostegno psicologico per fronteggiare situazioni di insicurezza, stress, ansia dovuta ad eccessiva responsabilità, timore di contagio, rientro al lavoro in “presenza”, difficoltà di concentrazione, situazione di isolamento vissuta.

Questi i suggerimenti del M.I. per le scuole:

  • rafforzamento degli spazi di condivisione e di alleanza tra Scuola e Famiglia, anche a distanza;
  • ricorso ad azioni di supporto psicologico in grado di gestire sportelli di ascolto e di coadiuvare le attività del personale scolastico nella applicazione di metodologie didattiche innovative (in presenza e a distanza) e nella gestione degli alunni con disabilità e di quelli con DSA o con disturbi evolutivi specifici o altri bisogni educativi speciali, per i quali non sono previsti insegnanti specializzati di sostegno.

Il supporto psicologico sarà coordinato dagli Uffici Scolastici Regionali e dagli Ordini degli Psicologi regionali e potrà essere fornito, anche mediante accordi e collaborazioni tra istituzioni scolastiche, attraverso specifici colloqui con professionisti abilitati alla professione psicologica e psicoterapeutica, effettuati in presenza o a distanza, senza alcun intervento di tipo clinico.

(La Gatta L)

Le nuove frontiere della scuola : siamo pronti a rientrare?

Martedì 15 settembre alle ore 20.30

iniziativa sulla scuola “Le nuove frontiere della scuola “

presso l‘Associazione Primola – Imola

Dialogheranno la Prof.ssa Di Ciaula Maria e la Consigliere Regionale Marchetti Francesca e la coordinatrice didattico pedagogica del doposcuola di Primola Dott.ssa Castagnoli Gabriella.

Saranno presentati tutti i protocolli Nazionali e Regionali inerenti il covid-19 che saranno attuati nelle scuole e nel doposcuola di Primola.

1,2,3…. il 14 si riparte!

Siamo ormai alle porte dell’inizio del nuovo anno scolastico che speriamo in massima sicurezza partirà il 14 settembre.

Alla fine dell’anno scolastico appena chiuso, in giugno Nicola, 10 anni di vivacità inizia a raccontare a mamma e agli amici che a lui il periodo covid a casa , vedendosi solo via internet non è poi dispiaciuto. Anzi, a dirla tutta, l’idea di riprendere le lezioni andando a scuola di persona a incontrare gli insegnanti e i suoi compagni non gli piace affatto. Iniziano così una lunga fila di manifestazioni in cui Nicola accusa dolori, paure enormi e ingiustificate, fatica a dormire .

D’accordo con i genitori, preoccupati che il ragazzino non potesse riprendere in serenità la scuola, abbiamo iniziato a giugno stesso a vederci. Sono emerse le motivazioni e le emozioni legate non tanto e non solo alla paura delle lezioni ma all’incontro con il gruppo classe. Attraverso un lavoro sul rilassamento corporeo e sulle immagini delle paure siamo riusciti ad arrivare ad inizio anno abbastanza fiduciosi in un sereno inizio che continueremo a facilitare e accompagnare.

Dove, Quando e con Chi mangiamo?

 

Partiamo dalla famiglia e dal senso di appartenenza al nucleo familiare che porta con sé il sentirsi parte e dunque con –dividere  con gli altri membri della famiglia. Luogo di elezione per la condivisione è la cucina che  non è solo il luogo dove si preparano i pasti, ma, anzi, proprio in quanto luogo di fabbricazione dei pasti, è anche un luogo simbolo della fabbricazione dei legami familiari. Capire dove mangiano, quandocon chi  ci può dire qualcosa sui  legami interni alla famiglia , sul loro modo di vivere insieme, di educarsi reciprocamente, di costruire vicinanza, etica e affetti piuttosto che distanze, incomprensioni, disaffezioni (Symons, 2004).

Del resto il nostro è un tempo veloce dove  anche i pasti restano stritolati dalla fretta. Sembra che non si riesca più a mangiare seduti, insieme, intorno alla tavola. Magari un pasto caldo, cucinato appositamente da qualcuno per qualcun altro, con il gusto della cura. L’antico ordine della tavola imbandita e della famiglia seduta intorno sembra aver lasciato il posto al movimento e all’incertezza: sembra di poter constatare una certa «destrutturazione» dei pasti, nel senso che se ne consumano sempre di meno insieme e sempre meno nel modo tradizionale. Le famiglie parlano infatti non più solo della tavola, ma anche del tavolino del soggiorno per spuntini di vario tipo; del tavolo del giardino, della terrazza, della veranda;deil vassoio mobile e personale; ß il semplice piatto ancora più nomade; ß il letto per posare il piatto o il vassoio. Ma cosa significa oggi INSIEME: la  costruzione di intimità affettiva, di uno spazio comune di narrazione e riflessività intorno al tempo trascorso nelle diverse attività da ciascuno dei membri. Non significa fondersi e con fondersi con gli altri e nemmeno la sola compresenza fisica  ma appunto con- dividere , dividere con . A partire dalle abitudini alimentari . Quando uno dei membri della famiglia, nel nostro caso un bambino/a  ha difficoltà di peso e deve seguire un regime alimentare ecco che se la famiglia è “insieme” deve mobilitarsi per creare le condizioni perché venga seguito.  . La ricerca ci dice quanto la BMI  di adulti e bambini in famiglia sia correlata ad esempio alle abitudini della cena Il primo passo è essere consapevoli sia delle nostre abitudini alimentari sia di quanto stiamo utilizzando il cibo per “nutrire” altro, per far passare il nostro affetto o compensare le nostre mancanze e sensi di colpa di genitori “in corsa”. In questo senso la famiglia , luogo di mediazione tra i bisogni  individuali  e quelli del gruppo famiglia, si deve fare creativa nel senso di creare le sue proprie modalità di stare a tavola      INSIEME .

Allora abbiamo pensato a 10 possibilità di gestire la dieta di un bambino in famiglia:

  • Perché non coinvolgere i ragazzi nella preparazione del cibo e della tavola e usare scodelle di minori dimensioni,
  • Usiamo il pane secco e lasciamo “la scarpetta a Cenerentola”!
  • Chiediamo al bambino perché  si mangia?  Aiutiamolo a  riconoscere la fame: spesso confondiamo le emozioni di rabbia, tristezza, noia, paura, ecc. con la sensazione di buco nello stomaco: “  in modo che impari a sentire i segnali di fame-sazietà. Facciamoci delle domande , per guardarci, osservarci e distanziarci da modelli e comportamenti “ingoiati” senza masticare.
  • Così come succede per il cibo abbiamo bisogno di assaporare i nostri comportamenti e le nostre emozioni, frammentarle, scomporle, masticarle e digerirlerimanendo in contatto con quello che sentiamo, pensiamo e facciamo
  • non investiamo il cibo di un valore eccessivo
  • non facciamo confronti con altri bambini e non facciamo vergognare i bambini delle propria golosità.
  • Insegnamo  a ricambiare  quello che  è stato offerto “con tanto amore”  con un bel “NO”,con un sorriso o un abbraccio,  ma lasciamo il cibo nelle mani di chi ce l’ha dato. Impariamo a sostituire la merendina e il cibo per premiare i bambini con le coccole, gli abbracci Non solo il cibo deve farci sentire felici, questo è l’errore principale che conduce a riprendere il peso perso e a confondere le idee dei bambini
  • Lasciamo quel che non ci va nel piatto! Non diciamo ai bambini “Non lasciare qualcosa  nel piatto  perché va sprecato!”. Occorre capire che sì esiste il problema della fame del mondo, ma non è legato al piatto di pasta che non riesco a finire e che finirà in frigo o nella spazzatura. Il problema è semmai l’averne cucinata troppa.
  • Vivere insieme non significa diventare tutti uguali. Ognuno di noi è diverso.Davanti alla necessità di dimagrire, conviene che ciascuno adatti la dieta sulla base delle proprie preferenze, del proprio carattere e delle proprie abitudini.
  • spegnere la TV, mettere da parte smartphone, tablet e telefoniper rimanere attenti e concentrati a quello che si dice, si mangia e si fa durante il pranzo o la cena.

Ma soprattutto diamo  l’esempio ai bambini che sono così inclini a prenderci per modelli di comportamento.

Nel momento in cui un membro della famiglia è impegnato nel seguire un regime alimentare personale insieme alle indicazioni delle dietista può essere  utile il sostegno psicologico alla famiglia  perché sostenga e con divida l’impegno del bambino/a che sta seguendo la dieta.

 

Il momento dei pasti è un momento importante che ha a che fare con il nutrirsi nei suoi aspetti emotivi ed affettivi. Stare insieme significa accogliere i bisogni dell’altro e in particolare dei nostri figli.

 

“Incontri e cicli di incontri per imparare ad apprezzare il cibo in serenità”

                                                                                  da ottobre

bimbi a tavola GABRIELLA CASTAGNOLI

 

 

 

 

 

Quando gli esami sembrano insormontabili… e la meta lontana!

Ricordo M. , 22 anni , seduta sulla poltrona della sala d’attesa dello studio , occhi bassi e postura ritirata. Dal primo colloquio apprendo il dispiacere di M per non essere più capace, malgrado i precedenti buoni risultati, a prendere più in mano un libro per terminare gli ultimi 3 esami che la separano dalla laurea triennnale. nei successivi colloqui emerge la difficoltà di M. a”prendere in mano la propria vita” in questo caso scolastica, la poca fiducia nelle proprie possibilità e l’incapacità di vedere prospettive future. Dopo un periodo di incontri di alcuni mesi M. è riuscita a riprendere le lezioni e a dare gradualmente gli esami mancanti.

Alimentazione: una questione di cibo e amore e…autonomia:prevenzione e sostegno psicologico

 

Nei giorni scorsi abbiamo parlato di alimentazione in relazione allo sviluppo infantile e alle varie fasi che attraversa. Abbiamo detto che caregiver , famiglia, insegnanti costituiscono l’ambiente relazionale all’interno del quale matura la relazione  verso e con  il cibo. Vediamo ora come attivarci per orientare positivamente il rapporto con il cibo:

  •  la proposta di un programma   di educazione alimentare, proposta da nutrizionista e psicologa in sinergia, costituisce una risorsa possibile per effettuare un intervento di prevenzione primaria che tenga conto delle variabili emotive e relazionali, connesse all’alimentazione. Secondo l’Institute of Medicine of the National Accademy of Sciences, possiamo ricorrere a svariate modalità di prevenzione: universale, selettiva e mirata. Le forme di prevenzione che si rivolgono ad un alto numero di soggetti con programmi di comunità strutturati, ovvero le campagne educative, si propongono di raggiungere quella fascia di popolazione ritenuta ad alto rischio con programmi da svolgere proprio nelle scuole. Queste ultime, con la collaborazione della famiglia, possono diventare luogo di prevenzione in cui trovare: informazione, educazione alimentare ed interventi ambientali inerenti l’alimentazione (ad esempio l’incremento di programmi di educazione fisica o il controllo dei pasti offerti dalla mensa scolastica).
  • la SCUOLA Questi interventi richiedono una conciliazione fra l’utilizzo delle linee guida internazionali nutrizionali ed il patto educativo scuola-famiglia. La mensa a scuola rappresenta l’occasione di una nuova convivialità per i bambini e dunque una valida esperienza dello “stare a tavola” in cui tradizioni alimentari ed utilizzo dei cinque sensi si fondono e si condividono con il gruppo dei pari e con la maestra.

E’ importante dunque che l’esperienza del cibo, data la sua complessità, venga vissuta attraverso momenti informativi e formativi con lo scopo di:

  • sensibilizzare i genitori sull’importanza psicologico-emotiva del primo incontro con il cibo, ovvero dalla fase di allattamento;
  • promuovere fiducia ed “allenare” le capacità intuitive dell’adulto, che sia il genitore o l’insegnante a mensa, nel cogliere lo stato emotivo del proprio bambino o dell’alunno al fine di distinguere bisogni fisiologici come la fame da bisogni relazionali;
  • evitare usi impropri del cibo all’interno di dinamiche di potere (“se non mangi viene il vigile!”), del ricatto (“se non finisci la pasta non ti porto alle giostre!”), dell’affettività (“se non mangi divento triste!”) o ancora di comparazione rispetto ad altri bambini (“guarda com’è bravo tuo cugino, lui mangia senza problemi!”);
  • imparare ad “abitare la tavola” intesa come esperienza con regole e spazi esplorativi in un clima di serenità, tanto da consolidare l’esperienza della convivialità come un buon incontro.

 

“Incontri e cicli di incontri per genitori, bambini e adolescenti “per imparare ad apprezzare e godersi il cibo in serenità”

 

(Stateofmind, F.Rendine,M.G.Fiore)

bimbi a tavola GABRIELLA CASTAGNOLI

Alimentazione: una questione di cibo e amore e…autonomia: sovrappeso

 

Infanzia: quali sono i fattori coinvolti nel problema dell’obesità?

Fattori di ordine biologico, di ordine psicologico e sociale. Le dinamiche psicologiche del paziente obeso nell’infanzia sono legate alla disponibilità del cibo presente nel suo ambiente di vita che si caratterizzerà per:

  • qualità del cibo;
  • quantità del cibo;
  • modalità di consumo.

All’interno della “modalità di consumo” rientrano le dinamiche psicologiche infantili, caratterizzate da aspetti relazionali. Tali aspetti fanno dell’alimentazione e del sintomo iperfagico una questione di “cibo e amore”.

In che modo la relazione interviene nel sintomo iperfagico (sovralimentazione)?

L’alimentazione nell’infanzia è mediata dalla presenza di un caregiver, dunque un bambino non può essere considerato a rischio obesità, se non per quei rarissimi casi in cui è presente un’eziologia medica del disturbo.

Dunque l’adulto che alimenta il bambino, sia il caregiver o l’insegnante che accompagna i bambini a mensa diventa ambiente “sociale” e “relazionale”, ovvero si presta ad essere fonte di sostentamento, intervenendo nel ciclo fame-sazietà, in una modalità che è unica per quella relazione e per quel contesto (casa, scuola).

L’alimentazione e, dunque, l’oralità, costituiscono una modalità di soddisfacimento pulsionale attraverso cui dare e ricevere amore, provare piacere, rifiutare o aggredire. Portare il cibo alla bocca, mordere, sputare e deglutire sono forme di comunicazione e di apprendimento delle modalità relazionali relative ai primi rapporti oggettuali.

Il sintomo iperfagico, in questo processo, può diventare una strategia disfunzionale, presente già in chi alimenta e appresa da chi viene alimentato. Il cibo diventa così il sostituto di quelle persone con cui non è stato possibile entrare in una relazione “sana” e la risposta a stati emotivi come:

  • la ricerca di un intenso bisogno di gratificazione;
  • la  rassicurazione e ricerca continua di un oggetto d’amore;
  • la  difesa rispetto al senso di inadeguatezza.

La risposta a questi stati emotivi, spesso intensi o insostenibili, attiva un processo chiamato emotional eating, in cui alimentarsi costituisce una risposta compensatoria ad uno stato emotivo. L’esito di questo processo non sfocia in maniera causale nell’obesità, ma caratterizza come meccanismo di base, il funzionamento che è alla base dei disturbi alimentari attualmente presenti nel DSM 5.

(Stateofmind F.Rendine,M.G.Fiore)

bimbi a tavola GABRIELLA CASTAGNOLI

Alimentazione: una questione di cibo e amore e…autonomia:lo svezzamento

L’alimentazione complementare a richiesta: un’esperienza graduale e compartecipata di svezzamento

Un’altra fase che attraversa il bambino per arrivare all’alimentazione autonoma è quella dello svezzamento, passaggio importante da gestire in modo adeguato per arrivare ad un rapporto equilibrato e sano con il cibo. Negli ultimi anni è stata rivalutata l’importanza della scelta del bambino sulle quantità e le tipologie di cibo da assumere in questa fase. Nell’alimentazione complementare vengono rispettati i tempi, i gusti e il grado di sviluppo dei bambini: in questo modo viene assecondato il loro bisogno di autonomia e si continua ad aver fiducia in loro, proprio come nell’allattamento a richiesta.

La ricerca ci dice chiaramente che avere fiducia nelle capacità autoregolatorie del bambino protegge dall’obesità ma anche da altri disturbi alimentari: anoressiabulimia e alimentazione selettiva. Il primo pioneristico esperimento fu quello di Clara Davis pubblicato sul New England Journal of Medicine: vennero analizzati 36.000 pasti e studiato il comportamento alimentare di bambini lasciati liberi di mangiare ciò che volevano (esclusi i cibi “spazzatura”), per diversi mesi, senza alcun condizionamento da parte degli adulti. Si dimostrava che i bambini crescevano quantitativamente e qualitativamente nei limiti della norma. Questo nonostante l’irregolarità nella quantità e qualità dei pasti, e la variabilità dei loro gusti da un giorno all’altro. L’autrice concludeva affermando l’esistenza di un meccanismo efficace di autoregolazione che portava i bambini ad assumere, nel complesso, la giusta quantità dei vari nutrienti.

Come creare un imprinting funzionale? Intorno ai 6 mesi il bambino viene fatto sedere a tavola con i genitori, in modo che possa osservare quello che mangiano e scegliere di sperimentare quello che desidera, tra proposte varie, salutari e gustose. In un primo periodo ci saranno solo piccoli assaggi, ma non ci si dovrebbe preoccupare perché il bambino continuerà ad assumere il latte finché non farà dei pasti che lo saziano (l’OMS raccomanda di proseguire l’allattamento materno fino ai 2 anni di età se madre e bambino lo desiderano). Proprio per questo, tale tipologia di svezzamento è chiamata “alimentazione complementare”: cibi solidi e latte vanno a completarsi e integrarsi, una cosa non va ad escludere l’altra. Il bambino in questo modo avrà sempre un corretto apporto nutritivo perché il latte materno continua ad avere ottimi nutrienti per tutto il periodo in cui viene prodotto.

I genitori dovrebbero fare in modo di creare un contesto piacevole, in modo che il pasto sia per il bambino un’esperienza relazionale positiva: no a costrizioni su quantità e tipologia di cibi, possibilmente in un clima familiare sereno e senza dispositivi elettronici per intrattenerlo. In questo modo l’alimentazione potrà essere vissuta dal bambino come un’esperienza sensoriale e relazionale piacevole. Nello stesso tempo il momento dei pasti può essere vissuto con serenità anche dai genitori, cosa che va a creare un circolo virtuoso: un buon rapporto col cibo, un buon apporto nutritivo, salute psicofisica del bambino.

                                                                                                                                      (State of mind)

bimbi a tavola GABRIELLA CASTAGNOLI

Alimentazione: una questione di cibo e amore e…autonomia

L’alimentazione del bambino prevede diverse fasi ma fin dalla nascita ha buone capacità autoregolatorie, durante l’allattamento già esprime fame o sazietà.

L’alimentazione è un processo complesso: nell’infanzia il bambino viene alimentato dall’adulto. A partire dall’allattamento per poi proseguire nello svezzamento sino a giungere all’alimentazione autonoma, coinvolgendo aspetti biologici, psicologici e sociali. Una disarmonia in ciascuno di questi aspetti può “alterare” questo processo ed indurre condizioni patologiche non solo da un punto di vista medico, basti pensare al problema dell’obesità infantile che ha visto aumentare il tasso della percentuale dei bambini in sovrappeso in Italia al 20,9%, di cui il 2,2% indicati come severamente obesi.

Il legame tra alimentazione e bisogno di autonomia

Da quando nasce il bambino ha buone capacità autoregolatorie, quindi fin dall’allattamento egli sa ed esprime quando ha fame e quando è sazio; è bene fidarsi di questa capacità anziché definire a priori quantità e orari di allattamento. Intorno ai due anni d’età compare inoltre la motivazione a fare da solo, una spinta naturale all’autonomia. Chiunque abbia a che fare con i bambini sa quanto sia forte la volontà di autodeterminarsi che essi sviluppano in particolare in questa fase di vita. Ebbene, questo è particolarmente evidente anche nella sfera dei comportamenti alimentari, e ancor prima dei due anni. Già all’età di un anno si può notare come il bambino si senta stimolato a stabilire un contatto attivo e personale col cibo, cercando di afferrarlo durante i pasti.

Questo modo di agire è strettamente legato a quello che Lichtenberg ha definito “bisogno esplorativo-assertivo”, uno dei sistemi motivazionali comune a tutti gli esseri umani. Il bambino, dalla possibilità di fare e decidere in autonomia ricava un senso di essere, esistere ed essere causa del proprio agire. Se l’adulto cerca di inibire questa attività spontanea induce nel bambino il tentativo di liberarsi della sua influenza attraverso comportamenti di protesta per recuperare il proprio spazio di autonomia.

Il buon inizio: l’allattamento al seno come fattore preventivo dell’obesità

Tenuto conto del fatto che per alcune madri l’allattamento naturale può non essere fattibile per varie ragioni (mediche, personali), in questo articolo vogliamo approfondire quali siano, secondo varie evidenze scientifiche, i vantaggi legati all’allattamento al seno. Attraverso studi basati su osservazioni sistematiche è stato dimostrato infatti come costituisca un fattore protettivo rispetto al rischio di sovrappeso e obesità. Una delle maggiori ricerche è stata effettuata in Australia su un campione di 2066 maschi e femmine di età compresa tra 9 e 16 anni provenienti da tutti gli stati e territori del continente. Rispetto a quelli che non sono mai stati allattati al seno, i bambini nutriti con latte materno per un periodo maggiore o uguale a 6 mesi avevano significativamente meno probabilità di essere in sovrappeso o obesi in età infantile e adolescenziale. Anche gli ultimi dati della Childhood Obesity Surveillance Initiative (COSI) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), presentati a Glasgow in occasione dello European Congress on Obesity (2019), ci mostrano che la prevalenza dell’obesità è maggiore fra i bambini non allattati al seno: il 16% di essi risulta obeso, contro il 13% di chi è stato allattato per meno di sei mesi e il 9% di chi invece è stato allattato per oltre sei mesi.

Le spiegazioni sul perché l’allattamento al seno sia protettivo rispetto all’obesità sono sia biologiche che comportamentali:

  • un fattore fondamentale è la presenza della leptina nel latte materno, ormone proteico che regola l’assunzione di cibo e il metabolismo energetico, per cui i bimbi allattati hanno una concentrazione di insulina nel sangue più modesta rispetto alle alte concentrazioni dei bimbi allattati artificialmente;
  • per i bambini allattati spesso lo svezzamento è ritardato (l’OMS raccomanda di iniziare lo svezzamento non prima dei 6 mesi d’età), graduale e con un’elevata attenzione alle esigenze del bambino: molto spesso infatti all’allattamento al seno a richiesta segue l’alimentazionecomplementare a richiesta o uno svezzamento “misto”;
  • con l’allattamento a richiesta il bambino si autoregola sull’apporto di latte, dando avvio a quell’autonomia sull’assunzione di cibo a cui si accennava precedentemente. Questo ruolo attivo del bambino nell’autoregolarsi si manterrà per tutta la crescita e molto spesso, se non interferiscono altri fattori, ha un effetto a lungo termine;
  • la varietà di gusto del latte materno assunto dal bambino lo predispone alla conoscenza di un’ampia gamma di sapori che poi troverà a tavola quando inizierà lo svezzamento e potrà aiutarlo a gradire vari cibi. Di conseguenza il bambino, dal divezzamento in poi, tenderà a mangiare una più ampia varietà di cibi.

(State of Mind – F. Rendine,M.G.Fiore)

bimbi a tavola GABRIELLA CASTAGNOLI